MITOLOGIA DEL CESAREO – IL VIAGGIO DI INANNA

Dall’utero all’inferno e ritorno curando la ferita

Copyright © di Jeannine Parvati Baker, 1997                                Traduzione: Gabriella Bianco

Sotto la luce del mito di Inanna siamo in grado di riformulare l’epidemia di cesarei da un atto completamente misogino a uno dei tanti modi in cui le donne possono indagare la loro anima e sono chiamate ad essere guaritrici.

Da quando cominciai a interessarmi al tema, il parto è passato dall’essere un’espressione attiva delle donne a un atto medico mediante il quale la donna viene fatta partorire. Quando ebbi il mio primo figlio, l’indice percentuale di nascite chirurgicamente assistite (per via addominale) non superava il 10%. Alla fine degli anni novanta il tasso di cesarei oscillava tra il 20 e il 40%, in relazione al tipo di ospedale, sede o meno di insegnamento medico. In un ospedale con presenza di docenti il tasso di cesarei era generalmente più elevato. Ma che cosa stiamo insegnando?

La mia reazione iniziale quando mi resi conto di come si rubava la nascita alle famiglie per consegnarla nelle mani degli esperti è stata di ira, indignazione e di rabbia che mi condussero a voler fare qualcosa rispetto a questa epidemia di cesarei. Questi sentimenti erano temperati dalla consapevolezza che tutto su questa terra è utile per la crescita spirituale, tutto, compresi i cesarei. Nel mio desiderio di voler cambiare il modo in cui si stavano facendo le cose stavo permettendo che il problema continuasse a sussistere. A nessuno, e meno ancora a tutta una cultura, piace essere cambiati dall’esterno. A me non piace affatto che qualcuno cerchi di cambiarmi e nemmeno ai medici piace che io pretenda di cambiare la loro ostetricia. Di fatto, credo che l’unica persona che gradisce che la cambino è il bambino, quando ha il pannolino bagnato.

Prima che io pretenda di cambiare qualcuno c’è una domanda da porsi. La domanda è: a cosa potrebbe servire il fatto che ci sia un’epidemia di cesarei? Il cesareo serve all’anima mundi, all’anima di questo atto nel seguente modo: le donne cesarizzate vengono iniziate a un viaggio mitico. Per comprendere questo mito, o la dimensione transpersonale del cesareo, vi racconterò un’antica storia.

Si tratta di un racconto dell’Antica Babilonia. Quando ascoltai questa leggenda per la prima volta, subito mi venne in mente l’esperienza psicologica delle donne che hanno vissuto un cesareo. Ascoltare il racconto della discesa di Inanna all’inferno ci permette di avvertire l’eco della dinamica emozionale delle donne cesarizzate. Ci permette di comprendere da un punto di vista più ampio, come sta cambiando il mondo attraverso il viaggio, che intraprendono le donne nel parto, prendendo la via difficile o quella facile e a visualizzare il cammino che riconduce a una nuova ascesa.

Affascina nel mito come ci permette di accrescere la nostra comprensione e come ci incoraggia ad ampliare costantemente l’orizzonte della nostra visione. Sotto la luce del mito di Inanna siamo in grado di riformulare l’epidemia di cesarei da un atto completamente misogino a uno dei tanti modi in cui le donne possono indagare la loro anima e sono chiamate ad essere guaritrici.

La storia:

Inanna è chiamata a scendere verso l’inferno. Ogni volta che attraversa una porta nella sua discesa deve portare un’offerta. Nelle prime porte si spoglia dei paramenti: i gioielli, la corona, il velo, il pettorale. Nella discesa perde poi il vestito, la biancheria, spogliata di tutti i suoi abiti, rimane completamente nuda, per poter scendere più in profondità. Quindi si strappa la pelle, i muscoli, i visceri, così che le sue ossa sono tutto ciò che resta da appendere a un gancio nelle più basse regioni dell’inferno. Ecco Inanna, la Regina del Cielo, ridotta ad un sacco di ossa appese nelle viscere dell’inferno. Ed ecco il mistero essenziale di questa storia: solamente quando la Regina della Morte starà dando alla luce se stessa negli inferi, sarà permesso ad Inanna di ricominciare il suo viaggio di ritorno. Si riappropria delle sue viscere, dei suoi muscoli, della sua pelle. Poi rivestirà il suo corpo con gli abiti, il vestito, il pettorale, il velo, la corona e i gioielli. Quando riemerge dall’Inferno lo farà con un corpo spiritualmente rinnovato e rivestito di un senso sacrale per aver viaggiato nelle profondità. Solo allora sarà veramente la Regina del Cielo, perché avrà conosciuto e trasceso l’inferno.

Una madre che è stata convinta o addirittura obbligata a sottomettersi a un cesareo si converte in offerta sacrificale come Inanna e deve scendere al di sotto del livello della coscienza egoica, dove il mondo terreno cede il passo all’anima. È una vittima nel senso originale del termine, sacrificando se stessa per il bene di suo figlio. Almeno questa è la storia che raccontano a molte madri cesarizzate che sia vero o no – che il cesareo ha salvato la vita al loro bambino. La madre offrirà il suo corpo, la sua mente, la sua anima al sacerdote/medico sull’altare dell’ostetricia se ciò potrà aiutare il suo bambino. Attraverso l’anestesia, entrerà in uno stato di coscienza alterato – la sua anima viaggerà sotto la superficie della coscienza. Verrà smembrata, spogliata delle sua vesti esteriori, anche della pelle, dei muscoli e gli organi saranno manipolati affinché dia alla luce per cesareo. Quando rinascerà potrà vantare un nuovo corpo spirituale come Inanna – una volta integrata la nascita e capito come sia servito alla sua anima che il suo bambino sia nato per cesareo.

Quando le madri si chiederanno “a cosa serve il cesareo?” e rimarranno senza risposte, allora potremo curare davvero l’epidemia. Altrimenti staremo solo tentando di cambiare il sistema dall’esterno. La mia impressione è che una volta che le madri riusciranno a lasciare dietro di sé la vittima e cominceranno a vedersi come guaritrici o sciamane, ci saranno meno cesarei nella comunità. Se, al contrario, continueranno a sentirsi ferite, colpevoli, vergognandosi della loro esperienza nel parto, molto minore sarà l’efficacia nel cambiare la nostra cultura della nascita.

Quando una donna che è stata aperta comincia a sentire che il suo cesareo è stato un viaggio iniziatico e si permette di esplorare gli aspetti più profondi della sanazione, libera una quantità enorme di energia psichica. Reprimere il trauma o negarlo richiede moltissima energia, però una volta che l’esperienza è integrata (ovvero: sentita, portata a espressione e liberata), tutta l’energia che prima si impiegava per difendersi, si libera per l’azione creativa.

Una madre che si sente benedetta, anche se lei non avrebbe consapevolmente firmato per ricevere la “benedizione” di un cesareo, né tornerebbe a richiedere la “benedizione”, è più efficace ai fini di educare altre donne, di una madre che si sente in colpa e ferita. Quando Inanna ascende è radiosa per il suo viaggio alle tenebre.

Condivido questo mito della discesa di Inanna, perché è un archetipo insolito di madre: colei che si è confrontata con la Morte nel parto e ne è uscita incolume. Le madri che partoriscono in modo naturale conoscono bene questa sensazione di lottare con la Morte per l’anima del bambino che sta per nascere. Le donne che soffrono un cesareo conoscono un qualcosa dell’ombra dell’anima che, resasi consapevole, servirà da ostetrica e guida per tutte le donne nel parto. Quando una donna partorisce in modo cosciente esclama “Adesso so che posso fare qualsiasi cosa”. In questo momento di gloria la donna difende il suo diritto di appartenenza alla nuova specie dell’evoluzione – l’-Homo Divinitus– quella degli umani che sono padroni della propria esperienza. Nel momento in cui la metà femminile dell’umanità ricordi questo, posso solo immaginare come sarà il mondo. Se noi madri non venissimo maltrattate nella nostra espressione più essenziale di creatività, addirittura quando il cesareo è necessario e la donna vivesse quindi la chirurgia come un viaggio spirituale, si raggiungerebbe l’equilibrio. Senza vittime, senza oppressori. Senza oppressori, senza vittime. Nella storia di Inanna rimane chiaro che è stata sua la scelta di scendere all’inferno, allo stesso modo in cui le donne accettano il loro destino nel parto: senza vittimizzare la Dea in questo millennio.

È così come io vedo le madri: ognuna con il viso di una Dea diversa. Il volto di Inanna mi ha salutato sempre più spesso in numerose nascite delle ultime generazioni. Ha un viso solido, forte, e le tracce della sua sofferenza e della sua allegria si riflettono intorno ai suoi occhi e le sue labbra. Parla con una passione palpitante, il suo messaggio fluisce come lava al di là delle sue parole e il suono della sua voce mi riscalda. I suoi capelli sono come una ragnatela che gira, e lei prende idee qua e là per nutrire il futuro. Grazie al suo viaggio conosce bene le tenebre, si è abituata a cogliere i diversi toni, le ombre, le sfumature che sono indizi per vedere oltre. Il viso di Inanna mi invita a guardare più in là, ad andare più in profondità. Illumina i paradisi più difficili e ci insegna come passare attraverso ciascuno di essi nel migliore dei modi. Di fronte a Inanna mi immagino le madri del mondo intero, praticamente quasi sempre capaci di dare alla luce in modo naturale, perchè il cesareo ormai non servirà più al mondo. A tutto questo ci serve andare all’inferno e ritornare, per far luce nel cammino delle prossime generazioni in modo che la nascita possa illuminare i visi antichi e nuovi della Dea.

Dedicato a Janice, guaritrice straordinaria – 10  gennaio 1997.

Jeannine Parvati Baker

 

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