IL PADRE, IL GRANDE ASSENTE

Editoriale di Verena Schmid tratto dal n. 90 di D&D PADRI SI’ PADRI NO

Veniamo da un’epoca in cui il padre nella famiglia era assente, a volte anche fisicamente, a volte “solo” come presenza relazionale. Generazioni di figli e figlie sono cresciute senza un padre affettivamente vicino o in una relazione con loro e che ne riconoscesse la personalità individuale. Spesso figli e figlie per il padre erano solo estensioni della propria vita o delle proprie proiezioni.

Poi, attraverso il consolidarsi della famiglia nucleare e l’emancipazione della donna, siamo passati a una presenza dei padri, almeno sulla scena del parto, ma fino ad oggi raramente questa loro presenza fisica riscontra anche una accoglienza relazionale. Questa volta è il sistema patriarcale/paterno dell’istituzione sanitaria che non riconosce nel “figlio” padre utente una persona individuo, diversa appunto da tutti gli altri e con propri sentimenti, bisogni, aspirazioni e una propria storia. Lo vede al massimo come estensione del proprio sistema di controllo sulla donna.

Il “figlio” padre utente ancora nel 40% degli ospedali italiani non è ammesso, con punte più alte nel sud, più basse al nord, come c’informa Alessandra Battisti nella rubrica “Attualità”. In molti ospedali dove può accedere viene mascherato, “disinfettato”, messo in un angolo. Rarissimamente viene preparato e mai gli viene proposto una scelta informata su come vuole partecipare alla nascita di suo figlio o figlia. Nessuno si preoccupa dei suoi sentimenti, dei suoi traumi postnatali o depressioni post parto, delle difficoltà che riscontra nel rapporto di coppia, né tantomeno viene educato ai suoi potenziali né viene attivato come risorsa e nelle sue risorse. Quando un padre si presenta come protagonista accanto alla sua donna, disturba quanto una donna protagonista e viene emarginato, mandato via, a volte punito.

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Quindi il “padre istituzione” non riconosce i suoi “figli” la donna e il suo partner come individui autonomi, nella diversità dei loro bisogni e desideri.

Ancora il dibattito se il padre ci deve stare o no occupa i forum, come se fosse una decisione che possono prendere altri.

Di fatto la vita delle famiglie, le famiglie stesse sono cambiate. Il padre vuole avere un ruolo con i figli, vuole fare un’esperienza gratificante della nascita e della paternità, così come lo vuole la donna. Le numerose separazioni portano con sé anche l’effetto positivo che i padri con i figli ci stanno, quando stanno con loro. Li imparano a conoscere. Le genitorialità conquistate a fatica come quella delle coppie omosessuali o delle adozioni portano anche i padri a un maggiore impegno. E, alla fine, i ritmi intensi di vita tra lavoro e casa, la donna che non si sobbarca più tutto da sola, rendono inevitabile una maggiore partecipazione del padre alla cura dei figli. Dal punto di vista del bambino questo comporta che il polo affettivo non è più uno solo, la madre, ma che sono due fin dall’inizio, la madre e il padre, nella loro diversità. Allora anche i processi di attaccamento cambiano. Gli studi cominciano appena ora ad occuparsene. Ce ne parla Simonetta Olivo nel suo interessantissimo articolo sul bonding paterno.

Insomma, il padre cambia, cambia anche fisicamente quando è partecipe attivo e nell’assistenza dev’essere incluso come co-protagonista. I molti racconti di padri in questo numero lo sottolineano e gli spunti per l’assistenza non mancano.

Buona lettura

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