THE VULNERABLE PRENATE.

La vulnerabilità del bambino “prenatale”.

Di Dr. William Emerson. Traduzione e adattamento di Tamara Macelloni.

Articolo tratto da D&D 73 “Nascere lascia il segno” , giugno 2011.

Questo articolo chiarisce le condizioni in cui le esperienze prenatali
producono degli effetti su tutto il resto della vita e
descrive le prospettive necessarie per comprendere
l’impatto dei traumi prenatali.

Introduzione
Il bambino prenatale (il bambino non ancora nato, ancora nel ventre materno) è estremamente vulnerabile per moltissimi motivi, che non sono né riconosciuti né ben distinti.
Molte persone pensano, o partono dal presupposto, che i bambini prenatali non siano coscienti e a stento attribuiscono loro lo status di essere umano. Ricordo un recente viaggio in treno durante il quale una madre in attesa sedeva in una carrozza fumatori piena di gente chiassosa. Le chiesi se si stava preoccupando per il bambino che era dentro di lei e se pensava che il fumo e l’ambiente rumoroso potessero dar fastidio. Ella rispose: “Certamente no, a questo stadio i bambini non sentono niente”!
Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Le teorie e le ricerche degli ultimi 20 anni dimostrano che le esperienze prenatali non solo possono essere ricordate, ma hanno anche un impatto sull’intera vita della persona.
Lo scopo principale di questo articolo è di chiarire le circostanze in cui le esperienze prenatali avranno un impatto importante sul resto della vita e descrivere le prospettive teoriche e le ricerche necessarie per comprendere gli effetti dei traumi prenatali.

Sistemi di “traumi interattivi”
Le esperienze prenatali hanno maggiori possibilità di avere un impatto sul resto della vita quando sono seguiti da condizioni rinforzatrici o “traumi interattivi”. Il termine trauma interattivo significa che i traumi interagiscono fra loro nel produrre i loro effetti. Nell’ambito delle analisi statistiche, interattivo significa che gli effetti dei fattori dipendono dalla presenza di altri fattori. Entrambe queste definizioni comunicano il significato di interazione che usiamo in questo articolo. Per esempio, è improbabile che essere bloccati nel canale del parto durante la nascita causi un senso di claustrofobia negli adulti. Tuttavia è possibile soffrire di claustrofobia se traumi simili e “rinforzatori” si presentano in seguito.
In uno dei casi che ho trattato, un bambino che era rimasto bloccato nel canale del parto durante la nascita era anche rimasto chiuso in bagno per 24 ore da piccolo e il fratello aveva cercato di strangolarlo in varie occasioni. In questa situazione ci sono diversi punti rilevanti, ma il trauma prenatale fornisce il “substrato” per le esperienze successive. In altre parole, le esperienze della vita sono percepite in termini di traumi precedenti non risolti.
Quando un bambino rimane bloccato durante la nascita, è già più predisposto a percepire gli eventi successivi come intrappolati, o a manipolare inconsciamente e scegliere situazioni di vita che portano a sentirsi intrappolato. Questo processo è detto ricapitolazione. In seguito, eventi simili o ricapitolati, indipendentemente dai processi percettivi, hanno una grande probabilità di rinforzare il trauma prenatale, sfociando in sintomi cronici. In questo caso, per il bambino di cui abbiamo appena parlato, gli eventi dell’infanzia hanno agito come rinforzatori del trauma di nascita, sfociando in una claustrofobia cronica.

Gli effetti delle esperienze prenatali: il bambino prenatale è un essere consapevole.
Durante il congresso APPPAH di San Francisco nel 1995, David Chamberlain condivise un’esperienza che esemplifica la consapevolezza del bambino prenatale. In questo caso il bambino era stato sottoposto ad un’amniocentesi. Nel video si notava che quando l’ago veniva inserito nell’utero, il bambino si voltava verso l’ago e lo allontanava da sé. Pensando di essere di fronte ad un’anomalia, lo staff medico ripeté la procedura di inserimento e di nuovo il bambino reagì nell’identico modo. Altri aneddoti ci raccontano di bambini che sistematicamente si allontanano dagli aghi che entrano nell’utero. Basandoci su queste osservazioni, possiamo tranquillamente concludere che i bambini sono molto coscienti di quanto sta loro accadendo intorno, specialmente degli eventi che hanno un diretto impatto su loro stessi.
Nel suo libro “From Fetus to Child”, Alessandra Piontelli cita molti casi di consapevolezza prenatale. Ella descrive una coppia di gemelli a circa 4 mesi di gestazione, molto consapevoli della presenza dell’altro, che interagivano periodicamente. Uno dei gemelli era attivamente aggressivo e l’altro sottomesso. Ogni volta che il gemello dominante spingeva o mordeva, il gemello sottomesso si allontanava e posava la testa sulla placenta nel tentativo di riprendersi. Dopo la nascita, all’età quattro anni, i due gemelli sembravano avere lo stesso tipo di relazione. Ogni volta che c’era un litigio o della tensione fra loro, il gemello passivo correva nella propria stanza e metteva la testa sul cuscino. Si portava anche dietro un cuscino che usava come oggetto di transizione, rifugiandosi in esso quando l’altro gemello diventava troppo aggressivo.
Con riferimento a questa e ad altre ricerche (come Babies remember birth di David Chamberlain e Primal connections di Elisabeth Nobles) appare chiaro che i bambini prenatali sono esseri consapevoli e che i comportamenti che mostrano in grembo si manifestano in seguito anche durante la vita.

Gli eventi prenatali rimangono nella memoria
Per anni è stata dura comprendere come le esperienze prenatali possano essere ricordate. Il sistema nervoso centrale è molto rudimentale durante il periodo prenatale e non completamente mielinato (ricoperto di uno strato protettivo). In ogni modo durante le regressioni di adulti, è un fatto molto frequente regredire ad eventi prenatali.
Nel 1970 Graham Farrant, un medico australiano, iniziò a fare esperienze di eventi prenatali e a videoregistrare le reazioni corporee. Rimase stupefatto quando scoprì che la maggior parte delle memorie prenatali significative erano sperimentate a livello cellulare, invece che nei tessuti muscolari o scheletrici, e le denominò “memorie cellulari”.
Nel 1975 Frank Lake un teologo e psichiatra inglese scoprì che le memorie prenatali derivavano da cellule virali, che i virus erano cellule prenatali primitive che si formavano durante il trauma e portavano memorie traumatiche. Durante gli ultimi anni, un considerevole numero di ricerche nel campo della biologia cellulare ha dimostrato e supportato la teoria che le memorie si possono codificare nelle cellule.
Le ricerche del Dr Bruce Lipton, intervenuto al Congresso APPPAH del 1995 supportano e avvalorano le conclusioni di Farrant e Lake.

Le Memorie Prenatali potrebbero essere le più influenti
Un gruppo di psicologi europei, guidati dal R.D. Laing e Frank Lake, afferma che le memorie prenatali hanno un’influenza più significativa perché sono le prime. Questa prospettiva è chiara nel libro “The Facts of Life” di Laing, dove egli scrive: “L’ambiente è registrato dal primo momento della mia vita; dalla prima cellula di me stesso. Ciò che accade alle primissime cellule di me può riverberarsi su tutto il resto delle generazioni cellulari che derivano da questa prima coppia genitoriale. La mia prima cellula porta tutte le mie memorie ‘genetiche’”.(p.30)
E continua: “Mi sembra credibile, come minimo, che tutte le esperienze nel nostro ciclo vitale, a partire dalla prima cellula, vengano assorbite e conservate fin dall’inizio, e forse soprattutto proprio all’inizio. Come questo possa succedere non lo so: come una cellula possa generare i miliardi di cellule che io sono adesso. Sembra impossibile, ma tuttavia i fatti sono questi. Quando guardo gli stadi embriologici del mio ciclo di vita, faccio l’esperienza di vibrazioni simpatetiche in me adesso… come io sento adesso, sentivo allora”(p.36).
Frank Lake ribadì la visione di Laing. Lake diceva che l’esperienza più formativa era quella prenatale, specialmente nel primo trimestre intrauterino. In USA, Lloyd de Mause ha ampiamente scritto sulle influenze sociali, culturali e politiche delle esperienze prenatali e le ha riferite anche al congresso APPPHA.

I bambini prenatali incorporano le esperienze e i sentimenti dei genitori
Durante le sue regressioni con pazienti adulti, Lake scoprì anche che gli avvenimenti più influenti sono le esperienze materne che passano biochimicamente attraverso il cordone ombelicale tramite le catecolamine. I bambini incorporano le esperienze e i sentimenti dei genitori, specialmente quelle della madre. Le emozioni materne (e quelle paterne attraverso le risposte emozionali della madre) venivano trasmesse al feto. Le ricerche dimostrano che l’esperienza della madre diventa anche l’esperienza del bambino.
è importante comprendere che, sebbene i bambini in fase prenatale partecipino all’esperienza dei genitori, fanno anche una loro propria esperienza indipendente da quella dei propri genitori. Non è ancora chiaro come tutto questo funzioni, ma sono state riferite sufficienti situazioni a supporto di questa affermazione. Ad esempio, ricordo l’esperienza regressiva di un bambino gemello che era stato varie volte a contatto con aggressioni fisiche e verbali tra sua madre e il suo fidanzato durante la gravidanza. Raccontava di questi costanti litigi durante i quali lui e il suo gemello si rannicchiavano e dondolavano fino a che non finivano i contrasti. Mettendo in atto questo tipo di risposta si sentivano bravi (per aver evitato la tensione) e rilassati. Forse la confortante presenza di un gemello rendeva più semplice la separazione dall’esperienza dei genitori.

I Traumi prenatali e della nascita sono “Immagini specchio”
I traumi prenatali hanno due impatti distinti sulla nascita. Prima di tutto, la nascita è spesso percepita e sperimentata in termini di trauma prenatale. Per esempio, i bambini che hanno sperimentato tentativi d’aborto, hanno anche la probabilità di vivere il parto come una manovra distruttiva. I bambini che hanno subito aggressioni o violenze mentre erano nell’utero, hanno più probabilità di percepire gli interventi durante la nascita come aggressivi e violenti, anche senza l’intenzionalità da parte del personale medico o dei genitori.
Inoltre, come documentato da Sheila Kitzinger, laddove sia presente un significativo stress (trauma) prenatale, esiste una crescente casistica, statisticamente registrata, di complicazioni del parto. Maggiore è il livello di stress o trauma durante il periodo prenatale, maggiore è la predisposizione a complicanze alla nascita ed interventi ostetrici.

I traumi prenatali e perinatali indeboliscono il legame madre-figlio alla nascita
Oltre al rischio di problematiche perinatali, i traumi prenatali hanno anche un impatto più insidioso: riducono notevolmente la quantità e la quantità del legame alla nascita. Tale riduzione avviene per due ragioni: la prima riguarda l’ottundimento difensivo di mente e corpo, una nostra difesa naturale (Bloch, 1985). Questa auto-anestesia avviene a seguito di cambiamenti ormonali susseguenti a trauma e shock. Quando il corpo e la mente sono sedati e quando il corpo è esausto a causa di uno stress, la quantità e la qualità del legame diminuiscono.
Il secondo impatto riguarda l’incapacità dei genitori e di altri di riconoscere il trauma, che diminuisce ulteriormente il processo del legame. Un trauma è generalmente seguito da un periodo critico di tempo in cui la persona richiede comprensione, accettazione e compassione per poter abbassare il livello di shock ed iniziare la guarigione.
Purtroppo è raro che i neonati ricevano comprensione, accettazione e compassione dopo i loro traumi pre- e perinatali. Questo semplicemente perché nessuno sa, o crede, che ci sia stato un trauma. Come ho potuto verificare durante le mie ricerche cliniche, i traumi non riconosciuti creano diffidenza nei bambini e ciò impedisce il processo di legame. Al contrario, è riconosciuto un livello e una profondità maggiore di legame in quei bambini che non sono stati traumatizzati o in quelli a cui sono stati riconosciuti i sintomi del trauma. Il legame si arricchisce nella sua profondità, intensità e durata. Se prestiamo attenzione alla qualità del legame, ci rendiamo conto che sarà significativamente ridotta o alterata dalla presenza di traumi non riconosciuti e non trattati.

La mancanza di legame predispone l’individuo all’aggressione e alla violenza
Negli ultimi venticinque anni, lavorando con i bambini, ho trovato importanti interrelazioni tra il trauma prenatale, il trauma della nascita, il legame e l’aggressione. La prima interrelazione è che la nascita pregiudica il processo del legame perché molti degli aspetti della nascita sono psicologicamente e fisicamente dolorosi per il bambino. Gli esami e i test medici sono percepiti dal neonato come invasivi e dolorosi e tutto ciò è raramente riconosciuto. Seguendo il protocollo, il personale medico separa il bambino dai genitori alla nascita e questa separazione è spesso vissuta come un terrificante abbandono. L’esperienza della permanenza nel reparto di terapia intensiva risulta terrificante, sovrastimolante, paurosa e vissuta in solitudine. L’anestesia è particolarmente d’impatto sul legame perché i residui rimangono in parte anche nelle ore e nei giorni successivi alla nascita e mantiene il figlio e la madre in uno stato di torpore e quindi meno disponibili ad iniziare un processo di legame affettivo.
L’epidurale sembrava essere superiore ad altri anestetici per quanto riguarda le problematiche dell’attaccamento, ma le ultime ricerche hanno dimostrato che anche le madri che hanno scelto questo tipo di anestesia mostrano comunque un minor attaccamento ai loro figli, rispetto alle madri che non l’hanno ricevuta.
Questo sono solo alcuni esempi degli effetti del trauma della nascita sul legame affettivo. In ogni caso il processo di legame risulta condizionato perché è difficile per i bambini aver fiducia nei loro genitori quando questi non hanno percepito o riconosciuto il loro trauma pre- o perinatale.
In termini generali, maggiore è il numero e l’importanza dei traumi prenatali e della nascita che non sono stati riconosciuti, maggiore sarà l’impatto sull’attaccamento.
Inoltre, quando i traumi non sono trattati, la loro influenza sul legame è aggravata da fatto che il bambino traumatizzato rimane in atteggiamento difensivo nei confronti del mondo e non lascia che “il mondo lo tocchi”. Molti genitori riferiscono che i loro bambini sono molto indipendenti, ma questo atteggiamento è spesso una copertura del loro atteggiamento difensivo. Questi bambini si comportano come se tutto andasse bene e non avessero bisogno di conforto o di supporto. Non si lasciano facilmente confortare o sostenere, respingendo i genitori o/e ignorando i loro tentativi di conforto o consolazione. Molte volte si lasceranno consolare solo dopo una serie di resistenze.
è importante comprendere che una carenza di legame affettivo può essere sufficiente per genere aggressione e violenza. Questo fatto sorprendente è emerso durante gli studi di vari ricercatori. Ad esempio, Magid e McKelvey (1988) riferivano che i bambini con diverse difficoltà d’attaccamento non sviluppano una coscienza e manifestano atti asociali e antisociali senza rimorsi.
Le ricerche di Felicity De Zulueta (1993) nel campo del legame e attaccamento concludono che le aggressioni violente sono il risultato di un legame danneggiato.
Citiamo qualche passaggio: “Uno dei principali risultati degli studi sul comportamento nell’attaccamento è la manifestazione di un collegamento fra il trauma psicologico, come una perdita (di un legame), e un comportamento violento e aggressivo” e conclude che maggiore è il danno sul processo di legame affettivo, maggiore sarà la probabilità di comportamenti aggressivi e violenti durante l’infanzia e in età adulta.
Risulta chiaro dalle osservazioni e dalle ricerche cliniche, che le probabilità di aggressione e violenza sociale aumentano notevolmente in presenza di aggressione e violenza durante il periodo pre- e perinatale di sviluppo. Il bambino prenatale assorbe energie aggressive e violente ed ha maggior probabilità di riproporre in seguito ciò che ha conosciuto nello spazio prenatale.

Le esperienze Pre- e Perinatali che predispongono ad aggressività e violenza
Per la determinazione delle basi eziologiche prenatali alla base della violenza e aggressività, ho proposto ad una serie di esperti del settore, tra i quali R.D. Laing, Frank Lake, Barbara Findeisen, Stan Groff, Michael Irving, un questionario in cui chiedevo di esporre il tipo di esperienze regressive portate da pazienti aggressivi e violenti che avevano avuto un’importanza centrale nel successo del trattamento. Tra le varie risposte c’erano dei fili conduttori comuni, ad esempio:
1- Le esperienze pre- e perinatali erano di fondamentale importanza in aggressività e violenza.
2- Le esperienze dell’infanzia sembravano riflettere e rinforzare i traumi prenatali.
3- Aggressività e violenza si riferivano ai livelli più severi di trauma pre- e perinatale.
4- Perdita, abbandono, rifiuto e aggressione erano fortemente collegati all’aggressività.
5- Alcuni traumi pre- e perinatali erano strettamente collegati ad aggressività e violenza.
Per avere una chiave di lettura più ampia di tali esperienze, è importante ricordare alcuni principi e riferimenti di base già menzionati all’inizio dell’articolo:
1) i traumi multipli hanno maggior probabilità di sfociare in violenza e aggressività rispetto a traumi isolati.
2) Maggiore è il grado di danno del legame, maggiore è la probabilità di aggressività e violenza.
3) I traumi prenatali che comprendono perdita, abbandono o rifiuto hanno una maggior probabilità d’impatto sul legame, rispetto a traumi di altra natura.
Infine, l’esposizione diretta ad aggressione e violenza durante il periodo prenatale è un indicatore molto significativo per violenza e aggressività nell’età adulta. Il vecchio adagio: “I bambini imparano ciò che vivono”, in questo contesto è molto rilevante. Come i bambini, anche i bimbi prenatali “imparano ciò che vivono” e coloro che vengono esposti ad aggressioni e violenza saranno soggetti a manifestarle in età adulta.

Le procedure mediche pre- e perinatali
Quando i bambini prenatali subiscono le varie forme di trauma grave sopradescritte, sono anche predisposti ad inserire gli eventi successivi in un contesto simile. Questo è particolarmente vero quando gli eventi successivi sono le transizioni di vita stressanti (come la nascita, l’adolescenza, il primo lavoro, nuove relazioni ecc.) e/o quando questi eventi successivi sono simbolicamente simili agli eventi traumatizzanti. Ad esempio, se il feto subisce violenza prenatale, sarà portato a vivere le transizioni di vita (come la nascita) in modo violento. Freud chiamava questo processo Ricapitolazione. Tra le altre interpretazioni, ricapitolazione significa che le esperienze prenatali danno l’immagine di come saranno percepite le esperienze successive della vita.
Quando il bambino prenatale vive le esperienze di abbandono, rifiuto, violenza o abuso come abbiamo descritto in questo articolo, le riporta nel processo di nascita. Gli aghi delle amniocentesi e i cateteri delle villocentesi sono spesso percepiti come aggressioni, soprusi, e/o strumenti di rifiuto. L’anestesia è spesso percepita come un veleno (un riflesso del trauma dell’aborto) o un tentativo di sopraffazione. L’induzione del parto e la rottura delle acque sono vissuti come violazione dei confini. Estrazioni con forcipi o ventosa sono vissuti come tentativi di controllo o di annientamento.
Le contrazioni possono essere percepite come tentativi di annientamento, distruzione o impedimento.
Ad esempio, un adulto che era stato esposto a tentativi di aborto chimico e meccanico (sua madre aveva perso un dosaggio basso di pillole di cianuro e colpito ripetutamente addome ed utero con i pugni) visse le contrazioni come un tentativo di aggressione per ucciderlo e l’anestesia come un tentativo di avvelenamento.
è di vitale importanza che il personale medico e le ostetriche comprendano l’importanza e la rilevanza dei traumi pre- e perinatali e che i bambini sono portati a vivere l’esperienza della nascita in termini di precedenti esperienze traumatiche. Ciò significa che la nascita può essere molto traumatica semplicemente sulla base della propria storia personale. Se ciò fosse considerato, l’intervento del medico potrebbe essere limitato a quelle situazioni in cui è ritenuto strettamente necessario oppure umanizzato con modalità diverse. Una procedura molto utile è quella di chiedere il permesso al bambino prima di iniziare una pratica medica e ottenere la risposta attraverso l’intuizione materna, facendo sapere al bambino che potrebbe sentir male o percepire un disagio e mostrare empatia, facendogli sapere che la nascita è una transizione difficoltosa con potenziali sentimenti negativi e dolorosi.
è importante onorare e riconoscere le emozioni del bambino appena nato come legittime espressioni delle difficoltà del processo di nascita.
Già questi accorgimenti aiuterebbero a diminuire i potenziali traumi. è inoltre importante riconoscere l’aspetto positivo della nascita, la meraviglia e la gioia che appartengo ai processi di nascita.
Pochi parti sono completamente difficoltosi e pochi sono completamente esenti da trauma o dolore. Dobbiamo riconoscere l’intera gamma di esperienze, così come si rivelano durante il processo di nascita.

Trattamenti
E’ di fondamentale importanza trattare i traumi prenatali il prima possibile dato che, come abbiamo detto, i traumi primari danno la forma a come saranno percepiti e vissuti gli eventi successivi della vita. Se il trattamento viene fatto presto, durante la gestazione o nel primo anno di vita, le esperienze infantili saranno libere dalle influenze prenatali e i bambini affronteranno le loro vite libere dal peso e dai vincoli del trauma. Gli effetti del trauma sono già stati descritti (Emerson 1992,1994). I traumi irrisolti influiscono negativamente sullo sviluppo spirituale e psicologico dei bambini. Al contrario, i bambini che non hanno subito traumi o coloro che li hanno risolti diventano persone uniche: sono più evoluti spiritualmente, manifestano un livello più alto di potenziale umano ed hanno uno sviluppo più veloce. Mostrano autostima, hanno un quoziente intellettivo più alto, sono maggiormente empatici, più maturi emotivamente, collaborativi, creativi, affezionati, amorosi, centrati e consapevoli rispetto a bambini traumatizzati non trattati (Emerson 1993).
Il fatto che i traumi pre- e perinatali determinino come gli eventi successivi della vita saranno percepiti, non significa che le esperienze dell’infanzia di per sé non siano importanti in termini di sviluppo umano. Al contrario, le esperienze infantili sono importantissime e determinano come diventeranno i bambini in futuro. Proprio perché il periodo infantile è molto importante, risulta vitale liberarlo dal peso del trauma infantile.
Prima si ha la possibilità di risolvere i traumi, maggiori saranno le possibilità del bambino di fare l’esperienza di un’infanzia non influenzata dal periodo prenatale e senza quelle forze che inibiscono i sentimenti di sicurezza, protezione e crescita. Il bambino potrà così essere libero di manifestare il proprio unico potenziale umano, utilizzare la propria intelligenza intrinseca e divenire se stesso, non oppresso da traumi precoci.

I notevoli progressi in neurobiologia, in particolare, mostrano che il cervello umano
si sviluppa sotto l’influenza di due meccanismi:
uno centrifugo, determinato dal patrimonio genetico dell’individuo,
l’altro centripeto, costituito dagli stimoli esterni.
Oggi sappiamo che questi stimoli esterni vengono recepiti molto precocemente
nel corso della gestazione (a partire dalla fine del periodo embrionale)
e che costituiscono un elemento stabilizzante, indispensabile per
l’organizzazione del cervello a tutti i livelli. (…)

Jean Pierre Relier

Bibliografia
Molénat F., Prévention précoce. Petit traité pour costruire des liens humaines. Erès 2010
Missonier S. La consultazione terapeutica perinatale. Psicologia della genitorialità, della gravidanza e della nascita. 2005 Raffaello Cortina
Bergeret J, Soulé M.,Golse B. Anthropologie du foetus . Dounod 2006
Zecca G., dal Verme S. et al., ”All the rest is normal”. A pilot study on the communication between physician and patient in prenatal diagnosis– Journal of Psychosomatic and Gynecology, Month 2005;00(0): 1- 4

Note sull’autore
Il dottor William R. Emerson è conosciuto in tutto il mondo come insegnante, oratore, scrittore e soprattutto pioniere della psicologia pre- e perinatale. Tra i primi al mondo a sviluppare metodi di trattamento per neonati e bambini, è anche rinomato per il suo metodo nel trattare le dinamiche prenatali irrisolte negli adulti. Co-presidente dell’associazione per la psicologia e la salute per neonati e bambini (APPPAH) in America. Autore di sei libri e di tantissimi articoli pubblicati nel campo della psicologia pre- e perinatale, co-autore di remembering our home. E’ membro onorario dell’istituto nazionale di salute mentale americano.
Esercita nel campo della psicoterapia da oltre 25 anni , ed in particolare nella psicoterapia e terapia regressiva per neonati, bambini ed adulti. conduce workshop e programmi di formazione in usa, canada, mexico ed europa.
Attualmente le sue ricerche si stanno sempre più rivolgendo alle ferite dello spirito e dell’anima e i loro effetti sui bambini.
Maggiori informazioni sui corsi in italia: Scuola di Naturopatia

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