MOLTE DOMANDE, POCHE RISPOSTE.

Editoriale di Verena Schmid, tratto dal n. 93 di D&D MATERNITA’ E PATERNITA’ SURROGATE.

Maternità, paternità surrogate, gravidanza, concepimento surrogato… queste le nuove frontiere dell’ostetricia e del dare la vita! Un tema caldo anche per le ostetriche che si troveranno di fronte a queste situazioni a conti fatti: nascerà un bambino, con due, tre o quattro genitori che contribuiscono in vario modo al suo divenire e alla sua identità.
Ma madre e padre possono essere davvero surrogati? Un “utero” (leggi “una donna”) può essere affittato senza implicazioni relazionali? Come vivono i bambini, nati da costellazioni biologiche diverse, la loro identità? Devono sapere o non sapere? Procreare per conto terzi è dignitoso per la donna o dev’essere vietato?
I donatori devono restare anonimi o no? Come vive il genitore infertile il bambino donato da altro/a? Deve elaborare un lutto? Cosa succede nelle coppie? Cosa cambia nella relazione generazionale?
Di queste domande, esponenti di diverse discipline discutono in questo D&D, senza dare risposte, ma stimolando un ampliamento del punto di vista e una riflessione più approfondita. Mentre alcune risposte le danno i nati da fecondazione assistita eterologa, oggi giovani adulti, riunitosi in un’associazione. Non si tratta solo di cellule germinali donate (ovuli o spermatozoi) o uteri contenitori in affitto dicono, ma dietro ogni cellula sta un padre o una madre biologica che si sono materializzati in un nuovo individuo, e che i bambini nati dalle loro cellule vogliono conoscere, in quanto pare di loro. Quindi, madri e padri sono anche loro, donatori e “contenitori”.Il legame biologico è incancellabile.

D&D93
Riflettendo su questi temi inevitabilmente nascono parallelismi con altri temi affini: l’adozione, la medicalizzazione espropriante, la procreazione come desiderio profondo e la sua mercificazione, ieri come oggi, i valori patriarcali e matrifocali, il bambino vulnerabile, esposto. Quello che oggi succede con le maternità e paternità surrogate non è altro che la punta di un  iceberg di una dinamica esistente da secoli che lascia i bambini vulnerabili e li riduce a merce in varie forme e le donne deboli, impossibilitate a difenderli,  ma anche di un esproprio delle competenze materne, paterne e del bambino nel percorso maternità che dovrebbe essere spontaneo, ma è fortemente medicalizzato e distorto. L’imprinting relazionale, stimolato attraverso gli ormoni gravidici, del parto spontaneo e dell’allattamento, è già stato gravemente danneggiato attraverso  una  medicalizzazione disumanizzante.
Tant’è che la nostra attuale cultura si illude di poterne fare a meno in un processo di oggettivazione e distacco fisico/sensoriale sempre più accentuato. Al centro di tutta la tematica della PMA è la dinamica accoglienza-distacco, soggetto-oggetto. Voglio accogliere, entrare in relazione, confrontarmi o voglio prendere le distanze e chiudermi? Sono soggetto o oggetto nei percorsi che scelgo? Il mio bambino è oggetto o soggetto?
Qui tocchiamo un altro tema caldo: quei bambini che non corrispondono al nostro profilo di perfezione, quelli (numerosi) che muoiono, nascono troppo presto, hanno malattie genetiche o handicap come conseguenza della fecondazione artificiale, rimangono congelati in frigorifero, cosa sono? Scarti della produzione?
Da buttare via? Sostituibili? Chi si curerà di loro? Come vivono i nati il fatto di avere fratelli, sorelle nel congelatore, di aver perso qualche fratello per strada (per “riduzione fetale” o aborto)?
Risposte non ce ne sono, nemmeno prese di posizione, ma da quanto emerge dalle riflessioni e testimonianze raccolte, c’è un gran bisogno di regolamentare la questione globalmente, se non altro per la protezione dei bambini nati che lo chiedono a gran voce.
Le testimonianze dirette sono raccolte nell’inserto e illustrano bene, quanto esposto nella prima parte del giornale. Buona lettura!

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