CRITERI DI SICUREZZA PER L’ASSISTENZA AL PARTO A DOMICILIO E NELLE CASE MATERNITÁ

Articolo tratto da D&D N. 65  ” IL PARTO A DOMICILIO OGGI ” Giugno 2009.

Di VERENA SCHMID, Ostetrica.

Tratto da “Linee guida per l’assistenza al parto a domicilio e nelle case maternità. Modalità di selezione, di collaborazione, di organizzazione”, edito dal Centro Studi il Marsupio, 1997

Premesse irrinunciabili al fine di una buona qualità dell’assistenza

– Il parto a domicilio e in casa maternità è un parto naturale, spontaneo, è consigliabile e risponde ai criteri di sicurezza standard in presenza di una gravidanza fisiologica e quando il parto si presenta in modo fisiologico, tuttavia il diritto alla scelta della donna, dopo corretta e esauriente informazione, è sovrano.

– La figura professionale adatta all’assistenza al parto a domicilio e in casa maternità è l’ostetrica, in quanto specialista e garante della fisiologia, con limiti precisi imposti al suo agire e alle sue competenze professionali, che le rendono impossibile lo sconfinamento in situazioni patologiche o in trattamenti medici per i quali ne il domicilio ne la casa maternità sono i luoghi adatti. Ogni intervento di 2° livello dev’essere eseguito in una struttura ospedaliera, in quanto potenzialmente rischioso. Quindi l’ostetrica collabora con i medici specialisti e le strutture ospedaliere per i casi in cui si rende necessaria una valutazione o un intervento di secondo livello, attuando la selezione tra situazioni fisiologiche, situazioni limite (borderline) e situazioni patologiche. La professione dell’ostetrica prevede una competenza circolare che comprende l’unità madre-bambino e la continuità dell’accompagnamento attraverso tutte le fasi della maternità. E’ l’intermediario previsto per educare, accompagnare la donna, facilitarne il percorso, abilitarla, portare alla luce le sue potenzialità (attraverso l’uso della maieutica), vigilare sul suo benessere, e così mantenere la nascita nell’ambito della salute.

– La corretta selezione o un piano di assistenza personalizzato e, di conseguenza, la reciproca collaborazione tra ospedali e ostetriche domiciliari nei casi di necessità è un requisito fondamentale del parto a domicilio, per garantire la massima sicurezza oggi disponibile a madre e bambino.

– La conduzione del parto a domicilio è conservativa, protettiva, rispettosa dei tempi e dei bisogni della donna, senza interventi né farmacologici, né strumentali, né manuali, con la sola eccezione di eventuali emergenze, in tale caso si tratta di interventi di 1° livello, seguiti immediatamente da un trasferimento in sede ospedaliera.

– L’assistenza al parto a domicilio si svolge all’interno di un rapporto di continuità di assistenza attraverso la gravidanza, il parto, il puerperio e l’esogestazione e prevede l’instaurarsi di una relazione e un patto terapeutico tra ostetrica e donna, la conoscenza individuale della donna, della sua gravidanza e la relazione sono requisiti irrinunciabili ai fini di una corretta valutazione clinica e alla condivisione della responsabilità.

-L’assistenza al parto a domicilio prevede un approccio globale, olistico alla maternità, all’interno del quale la donna sta al centro ed è punto di riferimento primario, competente e in grado di decidere sulla sua salute che comprende anche quella del bambino. L’ostetrica dovrà acquisire criteri di valutazione e di intervento circolari, ampliati dall’osservazione comportamentale -ambientale e dalla comunicazione emozionale.

– Il parto a domicilio per la donna è espressione di libertà, intimità, protagonismo suo e del suo partner.

Il rischio
La letteratura medica dimostra che il parto fisiologico a domicilio, assistito secondo precisi criteri, è sicuro quanto, se non di più, di quello in ospedale e dà maggiore soddisfazione alla donna/coppia, c’è inoltre qualche evidenza, anche se non ancora conclusiva, che la morbilità per madri e bambini è maggiore se curati in ospedale. Ciò non significa che non vi sarà mai nessun esito negativo a domicilio, considerando l’esistenza dell’imponderabile anche in ostetricia, ma sarà uguale o inferiore a quelli in ospedale. Dati internazionali indicano una mortalità perinatale attorno all’1.5 per mille nei parti a domicilio, dovuta per lo più a malformazioni fetali incompatibili con la vita, mentre la morbilità dei bambini nati in casa è nettamente inferiore a quella dei bambini nati in ospedale da parti fisiologici. M. Wagner (Wagner 2001), epidemiologo dell’OMS dimostra in una sua ricerca che la mortalità perinatale a domicilio (nei paesi occidentali), sia nei parti fisiologici che in quelli a medio rischio, è inferiore a quella in ospedale, e quindi conclude che il parto a domicilio, se non addirittura più sicuro di quello in ospedale, sicuramente non lo è di meno. Del resto le condizioni di sicurezza mai nella storia sono state così ottimali come oggi, dove le donne si trovano generalmente in un buono stato di salute e in buone condizioni socio-economiche, dove sono disponibili le tecnologie diagnostiche e una rete ospedaliera ben distribuita sul territorio, con i servizi di trasporto efficienti nei casi di bisogno.

Le responsabilità legali dell’ostetrica
La responsabilità dell’ostetrica (come di tutti gli operatori sanitari) non è quella di produrre sempre e comunque un esito perfetto, poiché questo non è in suo potere, ma è responsabile dei seguenti punti: Continua a leggere

INTEGRITA’ VIOLATA

Articolo tratto da D&D N. 67  ” LACERAZIONI E SUTURE ” Dicembre 2009.

Di ALESSANDRA BORTOLOTTI, Psicologa perinatale. www.psicologiaperinatale.it

 

Nell’ immaginario collettivo, il parto è visto come un evento molto doloroso, rischioso, quasi una condanna dalla quale difendersi perché non si sa come se ne uscirà!
Oltre ai rischi per la salute c’è il rischio di “spaccarsi tutta” o il rischio del “taglietto” di routine piuttosto che rischiare una lacerazione spontanea. C’è il rischio che la donna venga considerata principalmente come un corpo che produce un bambino, tanto quanto un qualsiasi dispositivo a cui bisogna allargare alla meno peggio l’apertura per farne uscire il prodotto finale velocemente e senza danni…
Per fortuna le cose non stanno proprio così. La fisiologia come sempre, ci aiuta a capire i paradossi della cultura a cui apparteniamo.
Partorire è l’atto finale di un progetto creativo che culmina nell’aprire il proprio corpo e la propria mente verso il dare la luce alla nuova vita che si dona al mondo.
Il significato di questa apertura ha un valore molto importante sia per la donna che per il bambino. La mentalità medica, spesso, non considera il profondo legame che c’è tra la mente e il corpo delle partorienti e di fatto contribuisce a rendere patologiche situazioni che non lo sono affatto. Nel parto, questo mentalità riflette l’idea che una volta nato il bambino senza traumi e suturata la donna, il dovere del medico sia compiuto; insomma il classico: “è andato tutto bene, solo qualche punto, ma stanno tutti e due bene”.
Mi ricordo di una volta, qualche anno fa, in cui mi affacciai, da tirocinante psicologa, in sala parto e mi fu detto da un medico: “Che ci fai te qui? I punti non li puoi dare…!
Come a dire che senza punti non si esce dalla sala parto e al di là dei punti non c’è altro da fare!

”Partorire è l’atto finale di un progetto creativo
che culmina nell’ aprire il proprio corpo
e la propria mente
verso il dare la luce alla nuova vita
che si dona al mondo”

Come si può aiutare una donna a restare integra nel corpo e nell’ anima, non nonostante il parto ma anche grazie al parto?
Partorire significa, lasciarsi andare, aprirsi all’ ignoto e fidarsi delle proprie sensazioni e del proprio corpo che si rivela in tutta la sua potenza e novità. Ciò che interferisce con il percepire queste sensazioni, impedisce alla donna di sentirsi protagonista assoluta della scena del parto e sposta la competenza che la natura le ha consegnato, verso la delega al personale sanitario.
Inoltre, il parto rappresenta una scambio di comunicazione molto importante fra madre e bambino poiché con lo stare insieme nel travaglio, si compie la danza di movimenti e adattamenti che portano la donna ad assumere le posizioni che facilitano la discesa del feto e riducono l’intensità del dolore.

Essere genitori è un atto di apertura e flessibilità, che già attraverso il parto, rappresenta anche un atto di rafforzamento dell’identità genitoriale e di coppia.
L’arte ostetrica ci insegna che se una donna è opportunamente accompagnata e incoraggiata, il ricorso all’episiotomia è basso, ma ci vuole rispetto dei tempi e delle modalità individuali in cui si svolge il parto.

Ma quali sono i vissuti delle donne e le conseguenze psicologiche a lungo termine di una episiotomia, magari evitabile?
Nel dopo parto, avrà da fare i conti con i punti di sutura e con una certa difficoltà nei movimenti. Nei mesi e negli anni a seguire, quando le luci della ribalta per il nuovo arrivo si sono affievolite, cosa resta alla donna, il cui corpo non è stato rispettato?
Prima di tutto il fatto di non avercela fatta fino in fondo da sola, poi spesso, ne deriva condizionata la sessualità sia a breve che a lungo termine. Inoltre, c’è la possibilità che il bambino venga visto come un piccolo “tiranno” che fa soffrire e che “rompe” la mamma per nascere, creando fin dal parto, un circolo vizioso di mancanza di comunicazione fra madre e bambino, molto pericoloso per l’instaurarsi di una sana relazione fra loro.
Desidero far riflettere coloro che devono prendere questa decisione, invitandoli a pensare anche al fatto che quella cicatrice accompagnerà la donna per tutta la vita, sia psicologicamente che fisicamente, spesso la sentirà al tatto e collegherà la nascita del suo bimbo, alla guarigione della ferita.
E’ mia profonda convinzione che la promozione della salute della donna e la prevenzione dei disagi emotivi post-parto, dipendano molto più di quello che i medici pensano, dalle modalità di assistenza perinatali e perciò penso che non si affermi mai a sufficienza quanto le donne debbano essere rispettate nella loro integrità, nella loro individualità e nei loro vissuti, quando mettono al mondo una nuova vita.
Se una donna esce dal parto rafforzata, è il miglior modo per compiere con la sua creatura i primi passi lungo il tortuoso cammino dell’essere genitore.

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IL PESCE NON VEDE L’ ACQUA.

Cure post moderne per la maternità.
Articolo tratto da D&D N.65 “IL PARTO A DOMICILIO – OGGI” Giugno 2009.

A cura di MARSDEN WAGNER Pediatra, Epidemiologo dell’OMS.
FISH CAN’T SEE WATER: THE NEED TO HUMANIZE BIRTH International Journal of  Gynecology  and Obstetrics, 75,  supplement s 25-37, 2001.

Traduzione di NADIA  RAVELLI.

Come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche –non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.

La nascita umanizzata pone la donna al centro e le dà controllo, si focalizza sulle cure primarie alla maternità in un contesto comunitario, attraverso ostetriche, infermiere e medici che lavorano insieme in armonia, su un piano di parità. Ha servizi basati sull’evidenza scientifica.
Le cure altamente tecnologiche alla maternità, praticate in occidente sotto controllo ostetrico in ospedale, disumanizzano, portando spesso ad interventi ostetrici invasivi, non necessari, costosi, pericolosi e non dovrebbero mai essere esportate nei paesi in via di sviluppo.
Le ostetriche e i parti programmati fuori dall’ospedale sono perfettamente sicuri per le nascite a basso rischio.

Introduzione
Umanizzare la nascita significa comprendere che la donna che partorisce è un essere umano, non una macchina e neanche un contenitore per fare i bebè. Far sentire alle donne – che sono la metà dell’intera popolazione- che sono essere inferiori e inadeguati, togliendo loro il potere di dare vita, è una tragedia per tutta la società.
Rispettare, invece, la donna in quanto essere umano, importante e di valore, e assicurare che l’esperienza di una donna mentre partorisce sia gratificante ed arricchente non è un piacevole “qualcosa di più”, ma è assolutamente essenziale, poiché rende forte la donna e conseguentemente rende forte la società.
Umanizzare la nascita significa porre al centro la donna che partorisce, dandole il controllo cosicché sia lei – non i dottori, né qualsiasi altra persona – a prendere tutte le decisioni riguardo a ciò che accadrà.
Umanizzare la nascita significa capire che l’obiettivo dei servizi alla maternità sono le cure primarie in un contesto comunitario – non le cure secondarie in un contesto ospedaliero – con ostetriche, infermiere e dottori che lavorano tutti insieme in armonia, in qualità di uguali.
Parto umanizzato significa servizi alla maternità che si fondano su una buona evidenza scientifica, comprendente un uso – scientificamente provato – di tecnologia e medicinali.
In molti posti, tuttavia, non abbiamo oggi il parto umanizzato. Perché?
Perché, come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche – non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.
Queste persone, che si occupano di parto in ospedale, non hanno idea di cosa sia un parto naturale, senza tutti gli interventi, un parto che non sia disumanizzato. Questa diffusa incapacità di sapere cosa sia un normale parto umanizzato è stata così riassunta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Medicalizzando” il parto, vale a dire togliendo una donna dal suo ambiente e circondandola con strane persone che usano strane macchine per farle strane cose nello sforzo di assisterla, viene così alterato lo stato fisico e mentale della donna che si altera anche il suo modo di compiere questo intimo atto e ne viene ugualmente alterato lo stato del nascituro. Il risultato è che non è più possibile sapere che cosa sarebbero stati i parti senza queste manipolazioni. Molti operatori sanitari non sanno più cosa sia un parto “non medicalizzato”. L’intera letteratura ostetrica e neonatologica moderna si basa essenzialmente sulle osservazioni del parto “medicalizzato”.

“I medici sono umani; le partorienti sono umane. Sbagliare è umano. Le donne hanno il diritto che eventuali errori compiuti  nel loro partorire siano i propri e non quelli di qualcun altro”.

Perché  Il parto “medicalizzato” è necessariamente disumanizzante?
Nel parto “medicalizzato” il medico ha sempre il controllo della situazione, mentre il fattore chiave nel parto umanizzato è che è la donna ad avere il controllo del proprio partorire e di qualunque cosa le succeda. Nessuna paziente ha mai avuto il pieno controllo della situazione in ospedale: se una paziente non è d’accordo con la direzione ospedaliera e i suoi tentativi per negoziare le cure alla maternità non sono andati a buon fine, la sua sola possibilità è di firmare per uscire dall’ospedale.
Dare scelta alle donne riguardo a certe procedure di assistenza alla maternità non significa non avere più il controllo della situazione, poiché sono i medici a decidere quali opzioni possono essere date alle donne e i dottori hanno comunque il potere di decidere se acconsentire o meno alla scelta di una donna.
Quindici anni fa a Fortaleza, in Brasile, la Conferenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandava che il parto venisse controllato non solo da singoli dottori ed ospedali, ma che venisse monitorato dal governo sulla base di cure con fondamento scientifico. Il parto, che negli ultimi cento anni è stato tolto da un contesto comunitario e che si è trasformato, in modo lento ma certo, in cure ospedaliere, deve essere riconsegnato alla comunità. Ora, l’attuale conferenza considererà il prossimo passo: riconsegnare il parto alla donna e alla sua famiglia.
Il travaglio e il parto sono funzioni del sistema nervoso involontario e sono quindi fuori dal controllo della coscienza.
Di conseguenza ci sono, in via di principio, due approcci per assistere il parto: lavorare con la donna per facilitare le sue risposte autonome (parto umanizzato) oppure non tener conto della biologia e sovrapporle il controllo esterno usando interventi quali medicinali e procedure chirurgiche (parto “medicalizzato”).
In pratica, le cure durante il parto possono includere una combinazione dei due approcci: facilitare le reazioni della donna è di solito [l’approccio] prevalente nella gestione del parto fuori dall’ospedale, mentre la sovrapposizione di controlli esterni prevale solitamente nella gestione del parto in ospedale. Che le cure siano “medicalizzate”o del tutto “umanizzate” dipende, tuttavia, dal fatto che la partoriente abbia o meno il pieno controllo della situazione.

Perché il parto “medicalizzato”?
Gli scorsi quindici anni hanno visto divenire intensa e globale la lotta tra questi due approcci alle cure alla maternità. Oggi ci sono 3 tipi di cure alla maternità:
• le cure altamente “medicalizzate”, ad elevata tecnologia, con al centro il medico e con un ruolo marginale della ostetrica (si trovano, ad esempio, negli USA, in Irlanda, Russia, Repubblica Ceca, Francia, Belgio e nelle aree urbane del Brasile);
• l’approccio “umanizzato”, con ostetriche più autonome e con un ruolo più forte e con percentuali d’intervento medico inferiori (si trovano, ad esempio, nei Paesi Bassi, in Nuova Zelanda e nei Paesi Scandinavi);
• un misto di entrambi gli approcci (si trova, ad esempio, in Gran Bretagna, in Canada, Germania, Giappone e Australia).
Oggi, nei paesi in via di sviluppo ci sono solitamente servizi alla maternità “medicalizzati” nelle grandi città, mentre nelle aree rurali non sono ancora pervenuti i servizi medici e quindi permangono i servizi “umanizzati”.
L’opinione prevalente dei medici è che le cure “moderne” alla maternità – ad esempio l’approccio occidentale ad elevato intervento ostetrico – salvano vite e sono parte integrante del processo di sviluppo, mentre i tentativi di porre un freno agli eccessi di cure mediche alla maternità sono visti come un regresso. L’attuale situazione nei paesi in via di sviluppo rinsalda l’idea che l’unico motivo per cui in alcuni luoghi sia ancora intensamente praticato il parto fuori dall’ospedale e con assistenza di ostetriche è perché la moderna pratica medica non è ancora disponibile in loco.
A nostro rischio e pericolo, tuttavia, non teniamo in considerazione la biologia. Per esempio, se smettiamo di usare il nostro corpo, questo si ammala. È una cosa “moderna” andare in giro in automobile e con i mezzi pubblici, camminando poco e correndo ancor meno. Di conseguenza, la scienza scopre che il nostro corpo ha bisogno di esercizio fisico, altrimenti si hanno problemi cardiovascolari. L’idea post-moderna è di ritornare a camminare e a correre e ciò è visto come un segno di progresso, non di regresso. Per lo stesso assunto, umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.

“Umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.”

Gli effetti negativi dello sviluppo
Ogni cambiamento nella condizione umana, incluso lo sviluppo, ha potenzialità dagli effetti sia positivi che negativi. Gli effetti positivi dello sviluppo superano quelli negativi finché i benefici sociali ed economici raggiungono tutti, poi gli effetti negativi nascosti cominciano ad emergere. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità infantile (sempre presente) sono ora emersi. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità materna stanno anch’essi comparendo. Gli interventi ostetrici, come il taglio cesareo, qualche volta salvano vite e qualche volta uccidono – il tasso di mortalità materna per parto cesareo, persino non in regime d’emergenza, é di 2,84 volte (vale a dire quasi il triplo) superiore a quello del parto vaginale. L’indice di mortalità materna negli USA, dopo decenni di deciso declino, è salito da 7,2 nel 1987 a 10,0 nel 1990 secondo i Centri Statunitensi di Prevenzione e Controllo delle Malattie. Mentre questo indice ha continuato a diminuire in altri paesi industrializzati, negli Stati Uniti la percentuale di decessi materni ha continuato a salire negli anni novanta, in modo lento ma deciso e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è ora più alta che in almeno altri venti paesi altamente industrializzati.
Poiché in passato l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è marcatamente affidata ad ostetrici di paesi altamente sviluppati, in possesso di poca o nessuna esperienza sui paesi in via di sviluppo, i suoi programmi hanno avuto la tendenza ad enfatizzare il ruolo dei medici nelle cure al parto. Questa è una spada a doppia lama: quando i Programmi per la Maternità Sicura hanno avuto avvio in Brasile, era gratificante veder crollare in modo significativo i tassi di mortalità materna ma, nel frattempo, le percentuali di tagli cesarei sono salite vertiginosamente, persino negli stati più poveri.
Il personale ostetrico sostiene spesso che le cure alla maternità nei paesi ricchi, “medicalizzate” e ad “alta tecnologia”, sono vero progresso ma l’evidenza scientifica suggerisce diversamente: non c’è stato alcun miglioramento significativo negli ultimi vent’anni nei paesi altamente industrializzati, per quanto concerne le percentuali di nascite sotto-peso o le percentuali di paralisi cerebrali.
La leggera diminuzione del tasso di mortalità perinatale in questi paesi, negli ultimi dieci anni, è dovuta solamente ad un lieve miglioramento del tasso di mortalità neonatale associato alle cure intensive neonatali e non alle cure ostetriche. Nei paesi altamente industrializzati tutti i tentativi di evidenziare percentuali più basse di mortalità perinatale in associazione a percentuali più elevate di interventi ostetrici sono falliti. Un Centro Nazionale Statunitense per gli Studi Statistici sulla Salute così commenta: “Il confronto degli indici di mortalità perinatale con le percentuali di taglio cesareo e di parto vaginale con intervento ostetrico non trova correlazioni costanti nei vari paesi”.
In una recensione della letteratura scientifica su questo tema da parte del Dipartimento Nazionale di Epidemiologia Perinatale di Oxford si afferma: “Molti studi non hanno rilevato alcuna relazione tra le effettive percentuali di mortalità perinatale e i numeri dei parti con intervento ostetrico”.
Nei paesi industrializzati, per quanto riguarda le cure alla maternità, siamo al punto in cui gli effetti positivi dello sviluppo e della tecnologia sono quasi al massimo ed emergono gli effetti negativi. Ciò aiuta a spiegare perché i progressi nella tecnologia e nello sviluppo non possono condurre a miglioramenti per la salute, a meno che la tecnologia non sia in armonia con i processi biologici naturali e non sia sostenuta da cure sanitarie umanizzate.
Un semplice esempio: se un parto cesareo non in regime d’emergenza viene fatto dopo che sia iniziato il travaglio, esso può facilitare in qualche caso i processi naturali. Aspettare, però, che inizi il travaglio significa che i medici perdono l’occasione per programmare il procedimento come a loro converrebbe. Se, però, come avviene quasi sempre oggi, il medico cerca di aggirare i processi naturali scegliendo di praticare il taglio cesareo prima che cominci il travaglio, c’è un rischio maggiore di sindrome da disturbi respiratori e di prematurità, entrambe cause predominanti di morte tra i neonati. Non teniamo in considerazione la natura a nostro rischio. Questa è la ragione per cui le agenzie internazionali per lo sviluppo, quali la Banca Mondiale, ora riconoscono che lo sviluppo economico non può condurre a miglioramenti della condizione umana a meno che non si accompagni allo sviluppo sociale, il quale include l’educazione.
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BARBIE, KEN E CICCIOBELLO.

Il modello consumistico della neofamiglia. Di Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale, www.psicologiaperinatale.it.

Articolo tratto da D&D 74 “NUOVI CONCETTI PER I CORSI PRE-NATALI”, settembre 2011.

Ci siamo: finalmente Barbie aspetta un bambino dal suo adorato Ken! Il sogno d’amore di questa coppia glamour si realizza e il test di gravidanza mostra due linee ben distinte (ovviamente rosa) che confermano quanto Barbie già immaginava..
Già la linea… non sia mai che il perfetto fisico di Barbie risenta della gravidanza! Per questo dopo aver dato la notizia in pasto ai media e festeggiato con Ken facendo shopping nei negozi premaman e in quelli di abitini all’ultima moda per neonati, Barbie si rivolge subito al proprio personal trainer per sapere come restare in forma durante l’attesa e come arrivare al parto senza avere muscoli e curve troppo appesantite. Ken dal canto suo, ha sentito parlare di una certa “sindrome della covata” secondo cui anche i padri ingrassano quando le loro compagne aspettano un bimbo perciò: orrore! Mica toccherà anche a lui! Meglio aumentare le sedute di palestra e comprare una bilancia ancora più precisa di quella che già avevano in casa, tanto servirà anche a Barbie per tenere sotto controllo il peso nei nove mesi.
Quindi, acquisti e forma fisica sono le prime preoccupazioni della coppia, così come accade a molti futuri genitori anche dalle nostre parti. Appena arrivata dal ginecologo per la prima visita (siamo già all’ottava settimana), Barbie chiede di poter fare subito un’ecografia per vedere la sua creatura e si assicura di poterne fare almeno una al mese, a colori e tridimensionale.
Le prime settimane di gravidanza trascorrono vagliando le offerte dei vari rotocalchi che, saputa la lieta notizia, fanno a gara per accaparrarsi l’esclusiva delle prime immagini del pancino che cresce…
A Barbie vengono inviate gratis a casa riviste specializzate che la introducono nel mondo degli articoli per mamme e neonati. “Mamma mia, quanti oggetti importanti devo avere assolutamente per dare alla mia creatura tutto ciò che servirà!” pensa Barbie, e facendo un rapido calcolo pensa alla cifra che servirà per gli acquisti. Circa 10 mila euro (1)… e meno male che alla fine un famoso negozio di articoli per bambini Prélevar, ha deciso di fornire a Barbie tutto il necessario in cambio di una sponsorizzazione. Barbie resta comunque stupita dalla presenza sulle riviste e nelle librerie di tantissimi metodi e pareri di illustri professionisti su come far dormire i neonati, su quanto allattarli (ma non sarà che allattare sciupa il seno?), sul tenerli in braccio. Nelle proprie rubriche, ognuno di questi esperti dice la sua e spesso contraddice ciò che è stato detto nella pagina precedente dello stesso giornale… “perché non c’è una linea comune? Cosa si studia nelle Università? Come orientarsi tra tanti pareri?” pensa Barbie fra sé e sé…
In effetti Barbie e Ken, via via che passa il tempo sono sempre più felici, ma anche confusi e allora accendono la TV in cerca di informazioni un po’ più coerenti. Hanno sentito parlare di una trasmissione molto nota, Sos tata, dove un’educatrice molto competente entra nelle case delle famiglie con bimbi piccoli e ristabilisce ordine e armonia dove ci siano problemi di sonno, di capricci, di bambini troppo dipendenti dai genitori. Vogliono proprio vedere quali sono le cose importanti da imparare ancora prima che nasca il loro bambino. La trasmissione li lascia un po’ perplessi e spaventati: davvero diventare genitori significa essere così sprovveduti? Davvero i bambini sono così prepotenti? Davvero abbiamo bisogno di qualcuno che ci insegni il mestiere di genitore? Davvero l’autonomia dei bambini necessita di loro pianti disperati e separazioni fisiche forzate tra adulti e bambini?
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THE VULNERABLE PRENATE.

La vulnerabilità del bambino “prenatale”.

Di Dr. William Emerson. Traduzione e adattamento di Tamara Macelloni.

Articolo tratto da D&D 73 “Nascere lascia il segno” , giugno 2011.

Questo articolo chiarisce le condizioni in cui le esperienze prenatali
producono degli effetti su tutto il resto della vita e
descrive le prospettive necessarie per comprendere
l’impatto dei traumi prenatali.

Introduzione
Il bambino prenatale (il bambino non ancora nato, ancora nel ventre materno) è estremamente vulnerabile per moltissimi motivi, che non sono né riconosciuti né ben distinti.
Molte persone pensano, o partono dal presupposto, che i bambini prenatali non siano coscienti e a stento attribuiscono loro lo status di essere umano. Ricordo un recente viaggio in treno durante il quale una madre in attesa sedeva in una carrozza fumatori piena di gente chiassosa. Le chiesi se si stava preoccupando per il bambino che era dentro di lei e se pensava che il fumo e l’ambiente rumoroso potessero dar fastidio. Ella rispose: “Certamente no, a questo stadio i bambini non sentono niente”!
Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Le teorie e le ricerche degli ultimi 20 anni dimostrano che le esperienze prenatali non solo possono essere ricordate, ma hanno anche un impatto sull’intera vita della persona.
Lo scopo principale di questo articolo è di chiarire le circostanze in cui le esperienze prenatali avranno un impatto importante sul resto della vita e descrivere le prospettive teoriche e le ricerche necessarie per comprendere gli effetti dei traumi prenatali.

Sistemi di “traumi interattivi”
Le esperienze prenatali hanno maggiori possibilità di avere un impatto sul resto della vita quando sono seguiti da condizioni rinforzatrici o “traumi interattivi”. Il termine trauma interattivo significa che i traumi interagiscono fra loro nel produrre i loro effetti. Nell’ambito delle analisi statistiche, interattivo significa che gli effetti dei fattori dipendono dalla presenza di altri fattori. Entrambe queste definizioni comunicano il significato di interazione che usiamo in questo articolo. Per esempio, è improbabile che essere bloccati nel canale del parto durante la nascita causi un senso di claustrofobia negli adulti. Tuttavia è possibile soffrire di claustrofobia se traumi simili e “rinforzatori” si presentano in seguito.
In uno dei casi che ho trattato, un bambino che era rimasto bloccato nel canale del parto durante la nascita era anche rimasto chiuso in bagno per 24 ore da piccolo e il fratello aveva cercato di strangolarlo in varie occasioni. In questa situazione ci sono diversi punti rilevanti, ma il trauma prenatale fornisce il “substrato” per le esperienze successive. In altre parole, le esperienze della vita sono percepite in termini di traumi precedenti non risolti.
Quando un bambino rimane bloccato durante la nascita, è già più predisposto a percepire gli eventi successivi come intrappolati, o a manipolare inconsciamente e scegliere situazioni di vita che portano a sentirsi intrappolato. Questo processo è detto ricapitolazione. In seguito, eventi simili o ricapitolati, indipendentemente dai processi percettivi, hanno una grande probabilità di rinforzare il trauma prenatale, sfociando in sintomi cronici. In questo caso, per il bambino di cui abbiamo appena parlato, gli eventi dell’infanzia hanno agito come rinforzatori del trauma di nascita, sfociando in una claustrofobia cronica.

Gli effetti delle esperienze prenatali: il bambino prenatale è un essere consapevole.
Durante il congresso APPPAH di San Francisco nel 1995, David Chamberlain condivise un’esperienza che esemplifica la consapevolezza del bambino prenatale. In questo caso il bambino era stato sottoposto ad un’amniocentesi. Nel video si notava che quando l’ago veniva inserito nell’utero, il bambino si voltava verso l’ago e lo allontanava da sé. Pensando di essere di fronte ad un’anomalia, lo staff medico ripeté la procedura di inserimento e di nuovo il bambino reagì nell’identico modo. Altri aneddoti ci raccontano di bambini che sistematicamente si allontanano dagli aghi che entrano nell’utero. Basandoci su queste osservazioni, possiamo tranquillamente concludere che i bambini sono molto coscienti di quanto sta loro accadendo intorno, specialmente degli eventi che hanno un diretto impatto su loro stessi.
Nel suo libro “From Fetus to Child”, Alessandra Piontelli cita molti casi di consapevolezza prenatale. Ella descrive una coppia di gemelli a circa 4 mesi di gestazione, molto consapevoli della presenza dell’altro, che interagivano periodicamente. Uno dei gemelli era attivamente aggressivo e l’altro sottomesso. Ogni volta che il gemello dominante spingeva o mordeva, il gemello sottomesso si allontanava e posava la testa sulla placenta nel tentativo di riprendersi. Dopo la nascita, all’età quattro anni, i due gemelli sembravano avere lo stesso tipo di relazione. Ogni volta che c’era un litigio o della tensione fra loro, il gemello passivo correva nella propria stanza e metteva la testa sul cuscino. Si portava anche dietro un cuscino che usava come oggetto di transizione, rifugiandosi in esso quando l’altro gemello diventava troppo aggressivo.
Con riferimento a questa e ad altre ricerche (come Babies remember birth di David Chamberlain e Primal connections di Elisabeth Nobles) appare chiaro che i bambini prenatali sono esseri consapevoli e che i comportamenti che mostrano in grembo si manifestano in seguito anche durante la vita. Continua a leggere

LA CLINICA TRANSCULTURALE

di Sabina Dal Verme, ostetrica. Articolo tratto dal D&D 72 “L’ostetrica e la donna immigrata”, marzo 2011

Concetti chiave
Cultura esterna, cultura interna, involucro culturale
Ogni essere umano è un essere culturale. Esiste una cultura esterna che è costituita dalla lingua, dalla struttura della famiglia, dalle regole del gruppo, dalle leggi, dalla religione, dalla organizzazione sociale di una comunità umana. Ed esiste poi una cultura interna che è costituita dall’elaborazione individuale della cultura esterna, attraverso un processo di interiorizzazione graduale degli elementi culturali esterni: la cultura interna è quindi diversa per ogni individuo, perché ognuno elabora personalmente la cultura esterna.
Le madri sono le prime trasmettitrici di cultura perché presentano il mondo ai loro bambini, attraverso il modo di tenerli in braccio, di toccarli, di parlar loro, di nutrirli, di insegnar loro come è formata la famiglia e, a piccoli passi, trasmettono loro la visione del mondo del loro gruppo di appartenenza. Il bambino interiorizza così, piano piano, il modo della mamma di percepire il mondo e forma una sua “pelle” o “involucro culturale” (1) la sua cultura interna corrisponde alla cultura della famiglia e della comunità. Il gruppo rafforza e conferma i comportamenti del bambino che sono in sintonia con la rappresentazione che il gruppo ha del bambino stesso. La comunità sostiene la madre nella sua funzione di trasmettitrice della cultura, le donne della famiglia: la madre, le sorelle, le cognate, le madrine costituiscono il gruppo delle co-madri che l’accompagnano e la guidano in modo che lei impari ad essere madre secondo il modello di quella società. Il suo legame con il bambino si costruisce secondo modalità che sono sue personali, ma che sono anche coerenti con il modello di madre del gruppo di appartenenza. La giovane madre apprende come accudire e far crescere il neonato, come portarlo, come nutrirlo e come farlo dormire, come lavarlo, come cullarlo.
In tutte le culture vengono eseguiti riti di protezione del bambino e della mamma; in tutte le culture la nascita è un momento importante di iniziazione per la madre, perché segna il passaggio da uno statuto sociale a un altro, in tutte le culture è un periodo di particolare vulnerabilità, che richiede il sostegno del gruppo. Il bambino cresce con una solida identità, all’interno di un involucro culturale solido, se la sua cultura interiorizzata è coerente con la cultura del gruppo, la sua cultura interna e la cultura esterna si rafforzano e si consolidano a vicenda.

La nascita extraospedaliera: il parto E Il trauma migratorio
Il concetto di trauma migratorio consegue alla nozione di involucro culturale: se viene a mancare la corrispondenza tra la cultura interna e quella esterna, l’individuo si trova in una situazione traumatica, in senso psicologico, il suo involucro culturale diventa fragile e frammentato.
La migrazione è un cambiamento di universo così profondo che può produrre degli effetti sul funzionamento psichico delle persone. L’entità del trauma dipende dalla solidità con cui la persona ha costruito la sua identità prima della migrazione.
Molte donne migranti sono piene di forza e di risorse, sono donne coraggiose che sanno affrontare situazioni incredibilmente difficili, riescono a vivere in una grande precarietà, sanno perseguire con tenacia il loro progetto, ma spesso pagano un prezzo alto in termini di sofferenza per la loro scelta di migrare. Alcune hanno vissuto storie traumatiche e fuggono dal loro paese cercando condizioni di maggior libertà, altre subiscono la scelta di migrare perché vengono in Italia con un ricongiungimento familiare. Indipendentemente dal motivo della migrazione, le donne adottano delle strategie difensive.
Proviamo a descriverne sinteticamente alcune, perché a volte non è facile riconoscere la sofferenza legata al trauma migratorio.
Alcune donne, illudendosi di appartenere al mondo italiano, cercano di cancellare il passato, la vita prima della migrazione, si iscrivono completamente nel mondo italiano, non vogliono parlare nella loro lingua. Altre invece si rifugiano nel ricordo della famiglia lontana e nella nostalgia e rinunciano a imparare l’italiano e a inserirsi qui. Sia le une che le altre vivono la migrazione come una frattura che separa la vita in due parti, ma non si può vivere cancellando un pezzo della propria storia.
Altre rivivono i traumi del passato e la gravidanza riattiva sofferenze antiche.
Altre ancora soffrono nel corpo (mal di testa, mali da tutte le parti, frequenti accessi al pronto soccorso) perché il dolore della lontananza non può essere espresso con le parole.
Qualche donna cerca di mimetizzarsi, cerca di aderire alla nostra mentalità occidentale, per non sentirsi diversa, ma a mimetizzarsi si diventa invisibili e anche questo è un prezzo alto.
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PROCESSI DI INVOLUZIONE IN PUERPERIO.

A. Rockenschaub, dal suo libro: Gebaeren ohne Aberglauben, Facultas, Vienna, 2001.Traduzione di Anna Nenci.

Tratto da D&D 39 Accompagnare il puerperio, dicembre 2002.

Caratteristiche principali

Dopo il parto, mentre le ghiandole mammarie crescono sviluppando a pieno le loro funzioni, le strutture che hanno accompagnato il progredire della gravidanza, ritornano tutte quante nella loro posizione iniziale. Le sostanze che vengono liberate dalla decomposizione del loro substrato costituiscono le materie prime e l’energia per la formazione del latte materno. Durante lo svezzamento poi, regrediscono anche le ghiandole mammarie.
Questi processi d’involuzione vengono ancora considerati processi passivi e più spesso come l’unica conseguenza dell’interruzione degli stimoli ormonali. Si tratta al contrario, di un processo attivo che viene profondamente influenzato, non solo dal sistema ormonale, ma anche da altri sistemi. Qui viene messo in rilievo solo uno degli innumerevoli fattori che hanno un ruolo attivo sia nell’involuzione che nella formazione dei tessuti e degli organi, il sistema mononucleare dei fagociti. (Tra di esso e il sistema ormonale ci sono inoltre una serie di strette connessioni). Sia la crescita che l’involuzione dell’utero e delle ghiandole mammarie mostrano nei loro tratti principali, interessanti paralleli. Nel tessuto gli istociti, che come cellule vaganti in stato di riposo si sono ancorati ai fagociti mononucleari, danno ora inizio all’involuzione di quelle strutture cellulari che prima essi stessi avevano contribuito a formare, mentre adesso si comportano da cellule smembranti.

Utero e vagina

Durante l’allattamento l’utero si contrae, spesso con un tale impeto che le sue contrazioni provocano dolore. In questo modo aumenta il riflusso sanguigno cosicché, sia le vene che le arterie della parete uterina si allargano per via della contrazione muscolare. Solo le parti dei vasi sanguigni al confine con l’endometrio vengono strozzati, in tal modo vengono impedite le emorragie nella cavità dell’utero e allo stesso tempo progredisce la rimozione del materiale liberato dal processo d’involuzione. Due settimane dopo il parto già il 90% della massa uterina è stata decomposta e riassorbita. A questo punto l’utero è già scomparso dietro la sinfisi.
Il processo d’involuzione dell’utero non si basa su un fenomeno che agisce su di esso, bensì è un processo che viene compiuto e completato dall’utero stesso. Il tutto ha inizio con una formazione di plicche, in cui le reti di fibre verticali si posizionano semplicemente in posizione trasversale. In questo modo la superficie dell’utero diminuisce sorprendentemente, mentre la sua parete s’ispessisce in più strati, senza che la circolazione sanguigna ne risenta in alcun modo. La materia quindi, viene eliminata non attraverso una degenerazione passiva, ma al contrario attraverso un’apoptosi attiva. L’idroscheletro dell’utero, che nel corso della gravidanza si è teso enormemente allargandosi e assottigliandosi, ritira adesso le sue reti completando l’involuzione.
Così pure nella vagina non si tratta di dilatazioni durante il parto, né di ristringimenti dopo il parto, ma si tratta piuttosto di srotolamenti e riavvolgimenti. E il cosiddetto striscio della lattazione, ovvero la particolare presenza di cellule squamose nella vagina al momento della lattazione, non è altro che l’espressione della massima apoptosi. Continua a leggere

LE RADICI DELL’INDIVIDUO –

 La Nuova Scienza Interdisciplinare nel Mondo che Cambia. Di P.G.Fedor Freyberg , Stoccolma.

Tratto da D&D 40/41 L’imprinting dell’amore, maggio giugno 2003.

Se saremo capaci di assicurare che ogni bambino sarà amato e desiderato sin dall’inizio, che gli si darà rispetto e che tale rispetto per la vita sarà posto al punto più elevato sulla scala dei valori umani, migliorando al massimo i livelli prenatale e perinatale della vita senza frustrazioni delle esigenze di base, senza aggressioni e influenze psicotossiche, allora ne potrà risultare una società non-violenta.

IL MODO IN CUI VOI TRATTATE IL VOSTRO BAMBINO, SARÀ IL MODO IN CUI LUI TRATTERÀ IL MONDO

Termini chiave: Prevenzione primaria, salute, continuità, accudimento prenatale, psicologia prenatale, gravidanza, gravidanza a rischio, processo di apprendimento, bonding, empatia, psiconeuroendocrinologia.

Abstract: Il periodo prenatale della vita rappresenta un’opportunità unica per prevenire disordini psicologici, emozionali e fisici per il resto dell’esistenza. In tale periodo è possibile sviluppare anche processi di prevenzione per ridurre le nascite pretermine e per evitare stati patologici e mortalità infantile. Per comprendere l’enorme potenziale del processo prenatale e del suo impatto sulla salute pre- e perinatale dell’individuo, dobbiamo domandare a noi stessi se ci rendiamo conto dell’importanza che riveste la fase prenatale della vita.

L’incontro con il nascituro è l’inizio del ‘continuum’ della vita umana verso l’auto- realizzazione. Per tutti ma specialmente per ognuno di noi in psicologia e in medicina, la chiave di quest’impulso vitale sta nell’ampliare la definizione standard del continuum della vita includendovi anche le esperienze prenatali, in quanto si tratta di una parte indivisibile del continuum della vita. Abbiamo bisogno di ciò proprio perché la fase prenatale è quella della nostra formazione, ed è anche quella che determina chi siamo e che cosa diventeremo. Per il bambino prenatale, è primariamente grazie al processo di ‘imprinting’ che tale esperienza inizia e si realizza. Per la madre, la gravidanza, vale a dire l’incontro con il nascituro, le offre l’opportunità di realizzare se stessa. Per tutti gli altri, l’incontro con il nascituro è un’opportunità per estendere e approfondire la propria comprensione di tale ‘continuum’ della vita, nell’ambito del quale non è possibile riscontrare una separazione fra la dimensione fisica e quella psicologica della nostra esistenza. (1)

Una Nuova Scienza Interdisciplinare

La psicologia e la medicina prenatale e perinatale formano un settore scientifico interdisciplinare relativamente nuovo nel campo della ricerca medica e psicologica, la cui pratica tende a integrare tutte quelle discipline che si occupano di questioni basilari della vita e dei suoi disturbi.

L’accento viene posto sul carattere interdisciplinare, in quanto questo permette l’incontro di varie specialità, come la medicina, la psicologia, la psicoanalisi, l’antropologia, l’etologia umana, la sociologia, la filosofia e altre. E, nel dialogo, ognuna è in grado di usare un linguaggio comune e approfondire il processo di mutua influenza creativa, oppure di reciproco arricchimento.

La medicina e la psicologia prenatale e perinatale possono servire anche da modello “psicosomatico” per dimostrare l’indivisibilità dei processi ‘psicologico’ e ‘fisico’ nel ‘continuum’ della vita umana sin dall’inizio, nonché lo sviluppo indivisibile di tutte le funzioni del sistema nervoso centrale e dei processi immunologici e neuroendocrinologici.

Una delle importanti aspirazioni di questo nuovo campo scientifico è la pubblicazione di varie metodologie, sia derivate da metodi e studi orientati sperimentalmente, sia da metodi più introspettivi. Questo nuovo atteggiamento ci invita a cercare e a trovare un linguaggio comune. E, attraverso un linguaggio comune, di ridurre false interpretazioni semantiche, il che ci offre la possibilità di definire una teoria scientifica applicabile a questo nuovo e integrativo approccio interdisciplinare. Dal punto di vista linguistico, integrazione significa, fra l’altro, assimilare, fondere, incorporare, combinare, unificare e armonizzare. Quest’ultima voce, ‘armonizzare’ dovrebbe essere messa in evidenza in modo particolare – armonia e collaborazione fra vari approcci integrati e punti di vista, metodi e metodologie, teorie, ideologie e pratiche, anziché confronto e disapprovazione.

L’intera società deve incoraggiare nei futuri genitori il senso di responsabilità, e far presente alle coppie, molto tempo prima del concepimento, quali sono i loro impegni verso la nuova vita. E’ essenziale che la nuova vita sia profondamente rispettata sin dal primo momento, e che, nel dialogo, essa venga considerata alla stessa stregua di un partner. Questo dialogo comincia nel momento del concepimento e continua durante le fasi della vita prenatale, perinatale e postatale (2). Il dialogo influenza il risultato della nascita e il modo in cui l’individuo, durante l’infanzia, l’adolescenza e la vita da adulto tratterà le altre persone, nonché – importantissimo – esso contiene il seme dell’abilità del bambino di amare, di rispettare gli altri e di assumersi degli impegni (3).

La fase prenatale della vita rappresenta un’opportunità unica per la prevenzione primaria atta ad evitare che, nella vita successiva, si manifestino disordini di ordine psicologico, emozionale e fisico (4,5). A questo livello possiamo sviluppare procedimenti di prevenzione per ridurre nascite pretermine, stati patologici e mortalità infantile. Per comprendere l’enorme potenziale del processo prenatale e del suo impatto sulla salute dell’individuo prenatale e postatale, dobbiamo chiedere a noi stessi che cosa implica per noi la fase prenatale della vita (6).

La gravidanza può essere considerata come un dialogo attivo fra la madre e il bambino (7). Tale dialogo non è limitato ma va allargato fra madre e padre, nonché fra la madre e al suo ambiente psicosociale circostante. Questo discorso fa parte di un processo molto attivo e mutuamente interdipendente che ha luogo a vari livelli. Come minimo, esso comprende i livelli psicologico, emozionale, biochimico e psiconeuroendocrinologico.

Non ho mai sentito che una madre, riferendosi al suo bambino, dica: “il mio embrione” o “il mio feto”: la madre dice “Il mio bambino”, o lo chiama persino per nome. Generalmente, la donna in gravidanza denota un elevato grado di sensibilità verso il proprio nascituro, il che contrasta con la mancanza di sensibilità in numerosi professionisti del campo. Il bambino è un partner molto attivo durante la gravidanza; esso è un “passeggero attivo in utero” (8). Di conseguenza, l’interazione madre-bambino non è soltanto biologica, ma è anche a carattere psicologico e sociale.

Questo dialogo madre-bambino inizia a livello inconscio – probabilmente sin dall’inizio dello sviluppo del nascituro. Da parte della madre, il dialogo diverrà realtà quando, consciamente o inconsciamente, la madre stessa sentirà di sperimentare il suo bambino non più quale “oggetto” ma come “persona”. Quest’evento comincerà verso l’inizio di un incontro consapevole col suo bambino. Il passaggio da “oggetto” a “persona” è appunto una conseguenza della sensibilità del nascituro e dell’enorme potenziale creativo nella psiche materna. L’esperienza del dialogo è indipendente dal grado di sviluppo morfologico del bambino (10).

Già Durante l’Intero Sviluppo Embrionale e Fetale si Verifica un Forte Impatto di Influenze Ormonali, Psicologiche e Immunologiche.

La nascita è soltanto una parte dello sviluppo umano globale. Tutte le circostanze che riguardano l’evento nascita, la nascita stessa e le sue conseguenze per il bambino, la madre e il padre che si verificheranno nel periodo post-natale dipenderanno essenzialmente dalla fase prenatale della vita. Tutto viene influenzato in modo particolare dall’impatto esercitato dal bonding sulla triade bambino, madre e padre. E’ saggio non separare il ruolo del padre da quello della madre e del bambino, e anche non separare il travaglio dal ‘continuum’ dell’esperienza prenatale. Il padre dovrebbe essere coinvolto e incorporato nell’intera fase di accudimento prenatale sin dall’inizio e considerato come partner alla pari durante l’intero processo. Le esperienze fatte dal padre eserciteranno un’influenza vitale molto forte sulla sua partecipazione durante il travaglio nonché sulle sue abilità di coltivare il legame col bambino durante l’intero evento nascita, sia durante il periodo prenatale, sia post-natale.

Il primo livello ecologico della vita

La gravidanza può essere considerata al primo posto nell’ecologica dell’essere umano, e l’utero come primo ambiente ecologico (11,12). E’ sorprendente notare l’esiguo numero di professionisti del campo, persino psicologi, che prendono in considerazione questo fattore basilare. C’è ancora un gran numero di ostetrici e ginecologi, nonché di altri professionisti che considerano l’utero come semplice organo anatomico, un contenitore del bambino. Malgrado le migliaia di studi scientifici che sono stati fatti, ci sono ancora professionisti della nascita tuttora all’oscuro dell‘’inquinamento tossico’ rappresentato dalla potenziale minaccia psicologica e sociale nei confronti del nascituro.

Il dialogo fra nascituro, madre e padre crea una ‘unione primaria’ (13) che, a sua volta, aiuta ad alimentare fortemente le predisposizioni psico-fisiche. Potenzialmente, qualsiasi predilezione innata è in grado di orientare e di modellare le successive risposte emozionali e sociali, specialmente per quanto riguarda il rapporto interpersonale. Le conseguenze di tali esperienze di unione primaria comprendono una vasta gamma di elementi, compreso l’amore e un comportamento improntato all’etica.

La Vita è un Continuum Indivisibile

La vita umana dovrebbe essere considerata un ‘continuum’ indivisibile, in cui tutte le fasi di sviluppo rivestano pari importanza; tutte le fasi sono interdipendenti e inseparabili dall’intero ‘continuum’ della vita individuale. In tale ‘continuum’, l’individuo rappresenta un’entità indivisibile, composta da tutte le funzioni ai livelli fisiologico o fisico, psicologico e sociale. I processi fisico, biochimico, endocrinologico, immunologico e psicologico rappresentano un’unità che non può essere divisa (14).

Per comprendere il processo che si svolge durante le fasi prenatali della vita è necessario ricorrere a un nuovo linguaggio e a una nuova teoria scientifica. Un tale linguaggio deve assisterci nell’andare oltre i problemi semantici e la confusione che esiste nel vernacolo sia medico sia psicologico (15).

Nessuna fase dello sviluppo umano può essere separata dal resto del ‘continuum’ della vita dell’individuo. Nell’esistenza umana, il ‘continuum’ della vita è una delle esigenze basilari atte a mantenere l’omeostasi e l’equilibrio. Fatti che turbano il ‘continuum’ della vita dell’individuo a livello grave portano alla malattia; in casi estremi, quando l’omeostasi non può essere ripristinata, il risultato è la morte.

Disastro sociale sulle nascite dovuto a discontinuità

Ogni discontinuità proveniente sia dall’esterno sia dall’interno dell’organismo individuale violerà le esigenze biologiche e psicologiche basilari, entrambe per la vita prenatale e postatale. La discontinuità è diventata gradualmente un problema sempre più serio, tanto da provocare attualmente disturbi ecologici, sociali e politici in tutto il mondo. Non c’è gruppo di persone o nazione che sia totalmente immune dal flagello dovuto a uno sviluppo privo di orientamento a livello ecologico e sociale (16). Nelle comunità scientifiche, molti sono profondamente consapevoli degli effetti provocati da tali eventi, e si rendono conto quanto la discontinuità e lo squilibrio siano la causa attuale di molti disturbi mentali e sociali (17). Nel campo della psicologia prenatale, perinatale e della medicina, noi siamo profondamente consapevoli dei pericoli che la discontinuità può generare nel nascituro e nel neonato.

Psiconeuroendocrinologia e Psiconeuroimmunologia

I recenti sviluppi nelle due nuove e innovative linee della ricerca medica e psicologica, e precisamente la psiconeuroendocrinologia e la psiconeuroimmunologia, sono molto promettenti. La ricerca in queste due aree è particolarmente importante in quanto serve da base scientifica per la filosofia che accompagna la psicologia e la medicina prenatale e perinatale.

Varie funzioni biochimiche altamente specifiche (ormoni, neurotrasmettitori e altre strutture polipeptide) sono necessarie in diretto collegamento con i fenomeni di ‘input’ per la trasformazione e l’accumulo di informazioni sia di tipo sensoriale sia mentale. Alcune funzioni di questo tipo, cruciali per la formazione del sistema nervoso centrale primario a livello ipotalamo-pituitario e adrenalinico, sono già individuabili proprio all’inizio dello sviluppo dell’essere umano. E’ così che, successivamente, l’embrione sviluppa un’elevata sensibilità e competenza per la potenziale abilità di percezione e di apprendimento (18).

Per il bambino, l’esperienza intrauterina è anche un processo di apprendimento (19). Tale apprendimento è un prerequisito vitale per la sopravvivenza, dato che esso rende possibile all’organismo di adattarsi a nuove circostanze (20). Senza capacità di adattamento non ci sarebbe sopravvivenza; infatti, nessuno potrebbe adattarsi a qualcosa senza fare o aver fatto esperienze su cui basare l’adattamento. Un processo del genere richiede memoria, sia esercitata consciamente sia impressa nel subconscio. L’elaborazione dell’informazione che raggiunge il bambino sin dall’inizio del suo sviluppo sarà ricevuta attraverso varie vie biochimiche, per poi essere trasformata e immagazzinata quale traccia di memoria (questo potrebbe eventualmente essere utile per la comprensione teorica di certe procedure psicoterapeutiche, quali l’ipnosi, l’analisi dei sogni, le memorie prenatali, ecc.).

Funzione Tramite la Struttura

A questo punto l’embrione reagisce già con evidenti risposte, mentre memorizza l’impronta delle esperienze sensoriali grazie a un linguaggio biochimico, esperienze che rimangono quale potenziale fonte di apprendimento. Queste impronte prenatali della memoria possono a loro volta essere rievocate quali sorgenti di informazione (di carattere sia negativo sia positivo o ambivalente) nel corso della vita successiva.

Le implicazioni di questi ritrovati preliminari puntano molto lontano. Esse richiederanno niente meno che un radicale riesame dello sviluppo standard dell’embrione umano, paradigma secondo cui si presume che la struttura preceda la funzione. Al contrario, come indicato sopra, esiste una forte evidenza (21) che favorisce il primato della funzione rispetto alla struttura, l’organo morfologico. E’ la struttura morfologica che si sviluppa quale risultato dell’innata esigenza funzionale primaria. L’organo non si svilupperebbe se non ci fosse l’esigenza funzionale che preme a tale scopo. Alla stessa stregua, le capacità mentali dell’essere umano non sono posteriori alla struttura morfologica completata del cervello, e nemmeno alla sua successiva introduzione all’interno e sperimentazione di un particolare ambiente socio-culturale dopo la nascita.22 Il nascituro è già dotato del proprio metodo psicologico che funziona molto prima della nascita; nessun bambino è ‘tabula rasa’ (23).

Ruolo Materno, quale Madre

Dobbiamo riaffermare che la madre non è soltanto un ‘ricettacolo’ per la crescita del bambino, ma un’attiva iniziatrice e partecipante. Oggi è imperativo ridare alla donna il compito di ‘selezionatrice’ primaria in questo potente processo creativo. Infatti, la donna è coinvolta in un processo procreativo nel quale mette all’opera i propri poteri creatori. La madre del futuro ha bisogno di essere consapevole di tali poteri e di come mantenerli attivi, al fine di essere meglio equipaggiata per guidare e migliorare la sua impresa creativa. La gravidanza può anche dar modo alla madre di ritirarsi in una specie di ‘regressione creativa’, onde rendere possibile un dialogo intimo col suo nascituro.

Per poter fare una scelta serena basata sull’informazione, l’educazione alla pianificazione familiare deve iniziare prima del concepimento. La genitorialità responsabile non è necessariamente e automaticamente un dono di ‘Natura’ e nemmeno un talento acquisito, ma richiede molto spesso di essere insegnata. Ciò impone una ricerca in merito a un’appropriata preparazione socio-pedagogica sia nell’ambito della famiglia sia nel nostro sistema educativo. E’ vitale che, nelle università, nelle Facoltà di Medicina e di Psicologia si provveda a integrare i programmi introducendovi anche la medicina prenatale e perinatale.

Abbiamo bisogno di formulare un nuovo sistema educativo capace di preparare i giovani a una genitorialità cosciente. E’ necessario un cambiamento radicale nella cura prenatale, in cui vengano prese in seria considerazione non soltanto circostanze mediche ma anche quelle della vita psicologica e sociale di entrambi i genitori. La cura prenatale dovrebbe considerare il bambino come partner attivo in un dialogo psico-sociale con i suoi genitori, ai quali sarà data l’opportunità di vivere l’incontro col loro bimbo atteso in una società libera e non violenta.

Bambini Indesiderati sono Moralmente Minacciati e sono una Minaccia Morale per la Società

Il bambino ideale dovrebbe essere amato già durante la vita prenatale. Non dovrebbero più nascere bambini non voluti (24,25). A meno che non si riesca a ottenere le giuste condizioni mentali e sociali riguardanti la fase prenatale della vita, tutti i cambiamenti positivi nel mondo saranno superficiali e saranno pure minacciati i diritti umani e le esigenze di base, i valori tradizionali e culturali, nonché la civiltà e la stessa libertà (26,27,28,29).

La gravidanza può a volte essere sperimentata da entrambi madre e padre come un momento di crisi esistenziale, che non dovrà essere necessariamente seguito da un cambiamento negativo della situazione. Ogni crisi può essere considerata come una prova che può portare a soluzioni positive e creative o alternative. Molto spesso vediamo che, durante la gravidanza, affiorano e si rendono manifesti vecchi e irrisolti conflitti latenti. Frequentemente, durante la gravidanza, questi possono essere elaborati e trasformati in maniera molto costruttiva. Va fatto osservare, comunque, che molti conflitti e problemi che la donna in gravidanza può sperimentare non sono il diretto risultato della sua gravidanza o del suo bambino. Problemi irrisolti possono rievocare conflitti psicologici nella sua psiche personale. In questo modo, la gravidanza spesso dà alla madre e al padre un’opportunità unica per sollecitare il loro sviluppo psicologico interiore, a volte nell’ambito di sedute psicoterapeutiche.

La ricerca e la pratica psicoterapeutica hanno dimostrato ancora una volta quanto decisivi siano l’influenza emozionale negativa e i disordini nel dialogo prenatale sulle condizioni mentali e sulle malattie nel resto dell’esistenza. Il Dr. Ludwig Janus ha osservato che traumi psicologici e problemi pre- e perinatali sono affiorati durante la psicoterapia in circa i due terzi dei pazienti adulti. Diventa oltremodo palese quanto sia importante che nei genitori del bimbo che deve nascere siano presenti: la maturità emozionale, la salute mentale e la consapevolezza sociale. La necessità di interventi psicoterapeutici sia sulla madre incinta sia sul futuro padre diventa più pertinente. (30)

Nessun senso di colpa o di inferiorità va suscitato in genitori in gravidanza come pure nessun giudizio deve essere espresso su di loro. Dobbiamo essere consapevoli che non tutte le donne in gravidanza hanno la possibilità di offrire al nascituro le condizioni e le cure ottimali economiche o emozionali, oppure nell’ambito di strutture sociali. La gravidanza è sempre un processo dinamico fatto di emozioni costantemente fluttuanti, di attitudini e perfino di discorsi intellettuali. Il dialogo madre-bambino è quasi sempre caratterizzato da un miscuglio di emozioni positive, negative e ambivalenti. La società ha la responsabilità di garantire che il legame madre-padre-bambino possa non soltanto sopravvivere ma svilupparsi nelle migliori circostanze possibili.

Gravidanza a Rischio

Inoltre, va aggiunto che un organismo vivente è fortemente propenso ad adattarsi, persino a riparare danni o a compensare errori dovuti alla precedente fase di sviluppo del ‘continuum’ della vita. Quello che non è stato sperimentato a un livello delle esperienze può essere ricuperato e, possibilmente, elaborato per ottenere la soddisfazione interiore dell’essere umano.

Il termine “gravidanza a rischio” è tuttora usato quasi esclusivamente in senso biologico. Ciò significa che esso viene usato solo in caso di disturbi somatici, malattie fisiche e handicaps che potrebbero colpire la madre durante la gravidanza e danneggiare la salute biologica del bambino. Qui possiamo vedere di nuovo quanto saldamente la medicina e la filosofia medica istituzionalizzate, con le loro terminologie e categorizzazioni statiche, portino a una divisione corpo-mente e risultino in una continua promulgazione del parallelismo psico-fisico. In una visione olistica e globale della vita umana, non possiamo fare una divisione fra i fenomeni cosiddetti “somatici” e quelli “psicologici”. Dal punto di vista psicologico, medico e antropologico, tutti gli eventi della vita sono vissuti quali situazioni fenomenologiche individuali, in cui corpo e mente (soma e psiche) rappresentano un’entità basata su mutua influenza e interdipendenza nell’ambito di un particolare ambiente socio-culturale. E’ così che tutti gli eventi, sia quelli cosiddetti “somatici” che di carattere “psicologico” che potrebbero disgraziatamente colpire il benessere e la salute di madre e bambino, sono visti quali rischi potenziali o reali. E’ necessario quindi creare un nuovo modo di accudimento prenatale, in cui tutti i rischi vanno monitorati in tempo e in cui ai genitori è data l’opportunità di prepararsi al nuovo ruolo, compreso l’accesso alla consulenza psicoterapica (31,32,33).

La gravidanza e il parto non sono di per sé malattie, o soltanto in casi molto rari, ma a volte lo possono diventare in seguito all’intervento di un medico. Noi dobbiamo dar credito alla saggezza interiore delle donne in gravidanza e aiutarle con la nostra conoscenza, l’empatia e le nostre informazioni scientifiche a far fronte ai loro problemi e ai rischi potenziali o a quelli veri quando questi si presentano.

Salute e Auto-Realizzazione

Questo ci porta al tema della salute. Quanto è stato detto prima in merito alla visione olistica e globale di tutte le funzioni umane è vero anche in considerazione di quanto è stato pubblicato sulla salute e la malattia. L’ultima definizione di salute enunciata dalla World Health Organization (WHO) è “uno stato di completo benessere fisico e mentale, che si verifica quando persone prive di malattie vivono in armonia con il loro ambiente e fra di loro” (34). Come Zikmund 35 fa notare, questa definizione, pur includendo tutte tre le dimensioni delle manifestazioni della vita umana, biologica, psicologica e sociale, presenta parecchie lacune. Nella sua analisi delle dimensioni della salute e della malattia, egli pone l’accento sugli aspetti funzionali della salute e della malattia, definendo la salute quale funzione ottimale di tutti i processi della vita – biologico, psicologico e sociale.

L’organismo psico-fisico cerca costantemente di mantenere intatta la propria salute. Esso mira alla guarigione, lontano dalla distruzione; esso mira all’omeostasi, lontana dalla disorganizzazione e dal caos. La salute ha chiaramente una dinamica molto forte e una dimensione creativa. Nel 1974 (36) ho descritto la salute quale “movimento dinamico lungo un sentiero creativo verso l’auto-realizzazione”. L’auto-realizzazione va intesa come comprendente dimensioni biologiche, psicologiche e sociali. Auto-realizzazione, con riferimento a

  1. l’integrazione costruttiva dei mutamenti dialettici, individualmente dipendenti con un mantenimento simultaneo dell’omeostasi del “milieu interieur”, e

  1. l’equilibrio nello sforzo verso la soddisfazione dell’individuo durante il continuo confronto e l’adattamento del sistema psicoendocrino con e verso il “milieu exterieur” della normale situazione quotidiana della vita.

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UN PARTO VERO!

Un racconto di Sonia Richardson, ostetrica

Da D&D n. 69, La donna al Centro, implicazioni per la pratica, giugno 2010

Uno studente di medicina? E perché me lo devo cuccare proprio io?”

una studentessa per la precisione. Vuole trascorrere una giornata con un’ostetrica del territorio perché dopo la laurea vuole diventare medico ginecologo ostetrico!” così mi risponde la capa e non ho scelta!

mhmmmm….

La giornata è piena di impegni, c’e’ la clinica della gravidanza fisiologica, poi le visite in puerperio a domicilio. Manca personale, come al solito: e’ un casino! E ora ci voleva pure questa studentessa tra i piedi!

Easton, e’ la zona più multietnica di Bristol dove convivono molte minoranze etniche e tante famiglie alternative: donne in Burka, ragazze tatuate e piene di piercing, mamme in sandali in pieno inverno sono  le nostre clienti’ abituali.   

Incontriamo tante donne questa mattina, palpiamo tante pance. Natasha, la studente, devo dire, è proprio brava: 24 anni, carina, molto British non saccente e arrogante come qualche sua collega venuta a fare tirocinio qualche mese fa. Impara presto a fare manovre di Leopold, fa cilecca a far prelievi (una donna nigeriana si succhia i denti con disapprovazione quando Natasha canna il prelievo al secondo tentativo!) ma tutto sommato non mi è d’intralcio. Le faccio fare tutti gli stick alle urine che a me, schizzinosa, non piace!

Nelle visite in puerperio incontriamo un neonato pakistano particolarmente imbronciato e itterico, ma che ciuccia con passione, una donna afgana rifugiata politica che ci offre così tanto da bere e mangiare che non abbiamo nemmeno bisogno di pranzare. Non manca la Hippie che sorseggia frullato artigianale di placenta fresca.

Natasha mi racconta della sua esperienza in sala parto la settimana prima: ha visto ben 3 cesarei, e 5 parti spontanei, ‘anche se uno hanno dovuto tirarlo fuori con il forcipe’. Meravigliata dalla ‘magia’ dell’epidurale mi fa anche un sacco di domande: sulla gravidanza, i valori di sangue, sui casi più strani che ho incontrato…. In fondo è simpatica però alle 5pm sono stanca e desiderosa di sdoganarla alla fermata dell’autobus per andarmene a casa……

….e mi chiama Rebecca! Primo figlio, scelto di partorire in casa: sta contraendo da stamattina e ora sente che ha bisogno di sostegno!

un parto in casa?’ – mi chiede Natasha – ‘non è pericoloso?”

Non ho l’energia per farle il discorso sui rischi e benefici di nascere in casa e sto per dirle di andare a casa a riposarsi, che sento arrivare il suo autobus; poi, prima di avere il tempo di pentirmi, mi sento dire:

perché non vieni a vedere da te?” Continua a leggere

IL DIRITTO DEL BAMBINO AL SUO SANGUE

di Ibu Robin Lim, Ostetrica

Articolo tratto da D&D N. 87 “DIRITTI DONNE OSTETRICHE” dicembre 2014

Genitori, nonni, zie, zii, fratelli e sorelle, famiglie, ostetriche, doule, medici, infermiere, amministratori degli ospedali e legislatori… siamo tutti custodi della nascita. È nostra responsabilità porci in continuazione delle domande: in quanto custodi della nascita siamo noi che dobbiamo proteggere i nuovi esseri umani che arrivano, i neonati, nel momento della loro nascita e durante la loro crescita, perché loro sono i futuri custodi della Terra. La mia domanda ora è questa: “Stiamo permettendo agli operatori sanitari di privare i nostri bambini dello sviluppo del loro pieno potenziale di salute, intelligenza, immunità e longevità nel momento della nascita?”

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