Marte e Venere.

Editoriale di Verena Schmid, tratto dal n. 98 di D&D MATERNITA’ IN CONFLITTO.

Io che ho lavorato per una vita nel modello femminile dell’assistenza, che ho visto partorire sempre le donne nella loro forza, anche quando avevano bisogno di assistenza medica, anche quando venivano offese, che ho visto nascere bambini in pieno possesso delle loro risorse, svegli, pronti alla relazione, che ho visto padri partecipi e co-protagonisti della nascita accogliere i loro figli, vengo da Venere, un pianeta della nascita, abitato da donne e uomini, dove domina il femminile, il rame, la morbidezza e la forza, l’integrità. Quando guardo al modello della nascita istituzionale, dove la donna non c’è, il bambino è oggetto separato dalla madre e proprietà sociale, dove i padri sono ammutoliti e i neonati intontiti, mi rendo conto di essere su un altro pianeta della nascita: Marte, abitato da donne e uomini, dove domina il maschile, il ferro, la durezza e la debolezza, la ferita. Venere (nelle immagini) e Marte (nei testi) attraversano questo numero del nostro giornale. Il pianeta Terra chiede di integrare aspetti sia di Venere che di Marte. Con la buona volontà si riuscirebbe anche, ma quando manca questa volontà, quando soccombe il femminile proprio nell’atto più femminile che esista, crescere e dare la vita?d&d 98

Continua a leggere

CRITERI DI SICUREZZA PER L’ASSISTENZA AL PARTO A DOMICILIO E NELLE CASE MATERNITÁ

Articolo tratto da D&D N. 65  ” IL PARTO A DOMICILIO OGGI ” Giugno 2009.

Di VERENA SCHMID, Ostetrica.

Tratto da “Linee guida per l’assistenza al parto a domicilio e nelle case maternità. Modalità di selezione, di collaborazione, di organizzazione”, edito dal Centro Studi il Marsupio, 1997

Premesse irrinunciabili al fine di una buona qualità dell’assistenza

– Il parto a domicilio e in casa maternità è un parto naturale, spontaneo, è consigliabile e risponde ai criteri di sicurezza standard in presenza di una gravidanza fisiologica e quando il parto si presenta in modo fisiologico, tuttavia il diritto alla scelta della donna, dopo corretta e esauriente informazione, è sovrano.

– La figura professionale adatta all’assistenza al parto a domicilio e in casa maternità è l’ostetrica, in quanto specialista e garante della fisiologia, con limiti precisi imposti al suo agire e alle sue competenze professionali, che le rendono impossibile lo sconfinamento in situazioni patologiche o in trattamenti medici per i quali ne il domicilio ne la casa maternità sono i luoghi adatti. Ogni intervento di 2° livello dev’essere eseguito in una struttura ospedaliera, in quanto potenzialmente rischioso. Quindi l’ostetrica collabora con i medici specialisti e le strutture ospedaliere per i casi in cui si rende necessaria una valutazione o un intervento di secondo livello, attuando la selezione tra situazioni fisiologiche, situazioni limite (borderline) e situazioni patologiche. La professione dell’ostetrica prevede una competenza circolare che comprende l’unità madre-bambino e la continuità dell’accompagnamento attraverso tutte le fasi della maternità. E’ l’intermediario previsto per educare, accompagnare la donna, facilitarne il percorso, abilitarla, portare alla luce le sue potenzialità (attraverso l’uso della maieutica), vigilare sul suo benessere, e così mantenere la nascita nell’ambito della salute.

– La corretta selezione o un piano di assistenza personalizzato e, di conseguenza, la reciproca collaborazione tra ospedali e ostetriche domiciliari nei casi di necessità è un requisito fondamentale del parto a domicilio, per garantire la massima sicurezza oggi disponibile a madre e bambino.

– La conduzione del parto a domicilio è conservativa, protettiva, rispettosa dei tempi e dei bisogni della donna, senza interventi né farmacologici, né strumentali, né manuali, con la sola eccezione di eventuali emergenze, in tale caso si tratta di interventi di 1° livello, seguiti immediatamente da un trasferimento in sede ospedaliera.

– L’assistenza al parto a domicilio si svolge all’interno di un rapporto di continuità di assistenza attraverso la gravidanza, il parto, il puerperio e l’esogestazione e prevede l’instaurarsi di una relazione e un patto terapeutico tra ostetrica e donna, la conoscenza individuale della donna, della sua gravidanza e la relazione sono requisiti irrinunciabili ai fini di una corretta valutazione clinica e alla condivisione della responsabilità.

-L’assistenza al parto a domicilio prevede un approccio globale, olistico alla maternità, all’interno del quale la donna sta al centro ed è punto di riferimento primario, competente e in grado di decidere sulla sua salute che comprende anche quella del bambino. L’ostetrica dovrà acquisire criteri di valutazione e di intervento circolari, ampliati dall’osservazione comportamentale -ambientale e dalla comunicazione emozionale.

– Il parto a domicilio per la donna è espressione di libertà, intimità, protagonismo suo e del suo partner.

Il rischio
La letteratura medica dimostra che il parto fisiologico a domicilio, assistito secondo precisi criteri, è sicuro quanto, se non di più, di quello in ospedale e dà maggiore soddisfazione alla donna/coppia, c’è inoltre qualche evidenza, anche se non ancora conclusiva, che la morbilità per madri e bambini è maggiore se curati in ospedale. Ciò non significa che non vi sarà mai nessun esito negativo a domicilio, considerando l’esistenza dell’imponderabile anche in ostetricia, ma sarà uguale o inferiore a quelli in ospedale. Dati internazionali indicano una mortalità perinatale attorno all’1.5 per mille nei parti a domicilio, dovuta per lo più a malformazioni fetali incompatibili con la vita, mentre la morbilità dei bambini nati in casa è nettamente inferiore a quella dei bambini nati in ospedale da parti fisiologici. M. Wagner (Wagner 2001), epidemiologo dell’OMS dimostra in una sua ricerca che la mortalità perinatale a domicilio (nei paesi occidentali), sia nei parti fisiologici che in quelli a medio rischio, è inferiore a quella in ospedale, e quindi conclude che il parto a domicilio, se non addirittura più sicuro di quello in ospedale, sicuramente non lo è di meno. Del resto le condizioni di sicurezza mai nella storia sono state così ottimali come oggi, dove le donne si trovano generalmente in un buono stato di salute e in buone condizioni socio-economiche, dove sono disponibili le tecnologie diagnostiche e una rete ospedaliera ben distribuita sul territorio, con i servizi di trasporto efficienti nei casi di bisogno.

Le responsabilità legali dell’ostetrica
La responsabilità dell’ostetrica (come di tutti gli operatori sanitari) non è quella di produrre sempre e comunque un esito perfetto, poiché questo non è in suo potere, ma è responsabile dei seguenti punti: Continua a leggere

SOTTOSOPRA – DOVE C’E’ MOVIMENTO C’E’ SALUTE.

Editoriale di Verena Schmid, tratto dal n. 92 di D&D I RISCHI DELLA POSIZIONE SUPINA.

A 30 anni dalle raccomandazioni dell’OMS del 1985, che già allora raccomandavano le libere posizioni durante il travaglio e il parto, basandosi su delle evidenze scientifiche dell’epoca che davano per rischioso la posizione supina e litotomica, questa procedura di assistenza è ancora in uso nella maggioranza degli ospedali italiani ed è parte integrante di un modello medico rituale, diffuso a livello mondiale, opposto a un modello medico scientifico, che ancora stenta ad affermarsi.

E’ importante che l’ostetrica, tutrice e promotrice della fisiologia, si renda conto che quando invita una donna a distendersi sul lettino sulla schiena opera un effetto nocebo e mette a rischio il benessere di quella donna e quel bambino. Quindi agisce in modo non professionale. Anche se è costretta, l’azione rimane non professionale (codice etico internazionale).

dd92

Una studentessa ostetrica però, che viene formata nel modello scientifico e apprende la pratica in un modello medico rituale, difficilmente ha l’occasione di apprendere l’assistenza fisiologica al parto a donne in libero movimento e nelle posizioni più varie e ancora più difficilmente questa opportunità capita a uno studente medico o specializzando. Questo crea una grande insicurezza rispetto a una donna che si muove.

Continua a leggere

INTEGRITA’ VIOLATA

Articolo tratto da D&D N. 67  ” LACERAZIONI E SUTURE ” Dicembre 2009.

Di ALESSANDRA BORTOLOTTI, Psicologa perinatale. www.psicologiaperinatale.it

 

Nell’ immaginario collettivo, il parto è visto come un evento molto doloroso, rischioso, quasi una condanna dalla quale difendersi perché non si sa come se ne uscirà!
Oltre ai rischi per la salute c’è il rischio di “spaccarsi tutta” o il rischio del “taglietto” di routine piuttosto che rischiare una lacerazione spontanea. C’è il rischio che la donna venga considerata principalmente come un corpo che produce un bambino, tanto quanto un qualsiasi dispositivo a cui bisogna allargare alla meno peggio l’apertura per farne uscire il prodotto finale velocemente e senza danni…
Per fortuna le cose non stanno proprio così. La fisiologia come sempre, ci aiuta a capire i paradossi della cultura a cui apparteniamo.
Partorire è l’atto finale di un progetto creativo che culmina nell’aprire il proprio corpo e la propria mente verso il dare la luce alla nuova vita che si dona al mondo.
Il significato di questa apertura ha un valore molto importante sia per la donna che per il bambino. La mentalità medica, spesso, non considera il profondo legame che c’è tra la mente e il corpo delle partorienti e di fatto contribuisce a rendere patologiche situazioni che non lo sono affatto. Nel parto, questo mentalità riflette l’idea che una volta nato il bambino senza traumi e suturata la donna, il dovere del medico sia compiuto; insomma il classico: “è andato tutto bene, solo qualche punto, ma stanno tutti e due bene”.
Mi ricordo di una volta, qualche anno fa, in cui mi affacciai, da tirocinante psicologa, in sala parto e mi fu detto da un medico: “Che ci fai te qui? I punti non li puoi dare…!
Come a dire che senza punti non si esce dalla sala parto e al di là dei punti non c’è altro da fare!

”Partorire è l’atto finale di un progetto creativo
che culmina nell’ aprire il proprio corpo
e la propria mente
verso il dare la luce alla nuova vita
che si dona al mondo”

Come si può aiutare una donna a restare integra nel corpo e nell’ anima, non nonostante il parto ma anche grazie al parto?
Partorire significa, lasciarsi andare, aprirsi all’ ignoto e fidarsi delle proprie sensazioni e del proprio corpo che si rivela in tutta la sua potenza e novità. Ciò che interferisce con il percepire queste sensazioni, impedisce alla donna di sentirsi protagonista assoluta della scena del parto e sposta la competenza che la natura le ha consegnato, verso la delega al personale sanitario.
Inoltre, il parto rappresenta una scambio di comunicazione molto importante fra madre e bambino poiché con lo stare insieme nel travaglio, si compie la danza di movimenti e adattamenti che portano la donna ad assumere le posizioni che facilitano la discesa del feto e riducono l’intensità del dolore.

Essere genitori è un atto di apertura e flessibilità, che già attraverso il parto, rappresenta anche un atto di rafforzamento dell’identità genitoriale e di coppia.
L’arte ostetrica ci insegna che se una donna è opportunamente accompagnata e incoraggiata, il ricorso all’episiotomia è basso, ma ci vuole rispetto dei tempi e delle modalità individuali in cui si svolge il parto.

Ma quali sono i vissuti delle donne e le conseguenze psicologiche a lungo termine di una episiotomia, magari evitabile?
Nel dopo parto, avrà da fare i conti con i punti di sutura e con una certa difficoltà nei movimenti. Nei mesi e negli anni a seguire, quando le luci della ribalta per il nuovo arrivo si sono affievolite, cosa resta alla donna, il cui corpo non è stato rispettato?
Prima di tutto il fatto di non avercela fatta fino in fondo da sola, poi spesso, ne deriva condizionata la sessualità sia a breve che a lungo termine. Inoltre, c’è la possibilità che il bambino venga visto come un piccolo “tiranno” che fa soffrire e che “rompe” la mamma per nascere, creando fin dal parto, un circolo vizioso di mancanza di comunicazione fra madre e bambino, molto pericoloso per l’instaurarsi di una sana relazione fra loro.
Desidero far riflettere coloro che devono prendere questa decisione, invitandoli a pensare anche al fatto che quella cicatrice accompagnerà la donna per tutta la vita, sia psicologicamente che fisicamente, spesso la sentirà al tatto e collegherà la nascita del suo bimbo, alla guarigione della ferita.
E’ mia profonda convinzione che la promozione della salute della donna e la prevenzione dei disagi emotivi post-parto, dipendano molto più di quello che i medici pensano, dalle modalità di assistenza perinatali e perciò penso che non si affermi mai a sufficienza quanto le donne debbano essere rispettate nella loro integrità, nella loro individualità e nei loro vissuti, quando mettono al mondo una nuova vita.
Se una donna esce dal parto rafforzata, è il miglior modo per compiere con la sua creatura i primi passi lungo il tortuoso cammino dell’essere genitore.

Acquista il numero 67 di D&D dal nostro shop cliccando QUI

IL PESCE NON VEDE L’ ACQUA.

Cure post moderne per la maternità.
Articolo tratto da D&D N.65 “IL PARTO A DOMICILIO – OGGI” Giugno 2009.

A cura di MARSDEN WAGNER Pediatra, Epidemiologo dell’OMS.
FISH CAN’T SEE WATER: THE NEED TO HUMANIZE BIRTH International Journal of  Gynecology  and Obstetrics, 75,  supplement s 25-37, 2001.

Traduzione di NADIA  RAVELLI.

Come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche –non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.

La nascita umanizzata pone la donna al centro e le dà controllo, si focalizza sulle cure primarie alla maternità in un contesto comunitario, attraverso ostetriche, infermiere e medici che lavorano insieme in armonia, su un piano di parità. Ha servizi basati sull’evidenza scientifica.
Le cure altamente tecnologiche alla maternità, praticate in occidente sotto controllo ostetrico in ospedale, disumanizzano, portando spesso ad interventi ostetrici invasivi, non necessari, costosi, pericolosi e non dovrebbero mai essere esportate nei paesi in via di sviluppo.
Le ostetriche e i parti programmati fuori dall’ospedale sono perfettamente sicuri per le nascite a basso rischio.

Introduzione
Umanizzare la nascita significa comprendere che la donna che partorisce è un essere umano, non una macchina e neanche un contenitore per fare i bebè. Far sentire alle donne – che sono la metà dell’intera popolazione- che sono essere inferiori e inadeguati, togliendo loro il potere di dare vita, è una tragedia per tutta la società.
Rispettare, invece, la donna in quanto essere umano, importante e di valore, e assicurare che l’esperienza di una donna mentre partorisce sia gratificante ed arricchente non è un piacevole “qualcosa di più”, ma è assolutamente essenziale, poiché rende forte la donna e conseguentemente rende forte la società.
Umanizzare la nascita significa porre al centro la donna che partorisce, dandole il controllo cosicché sia lei – non i dottori, né qualsiasi altra persona – a prendere tutte le decisioni riguardo a ciò che accadrà.
Umanizzare la nascita significa capire che l’obiettivo dei servizi alla maternità sono le cure primarie in un contesto comunitario – non le cure secondarie in un contesto ospedaliero – con ostetriche, infermiere e dottori che lavorano tutti insieme in armonia, in qualità di uguali.
Parto umanizzato significa servizi alla maternità che si fondano su una buona evidenza scientifica, comprendente un uso – scientificamente provato – di tecnologia e medicinali.
In molti posti, tuttavia, non abbiamo oggi il parto umanizzato. Perché?
Perché, come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche – non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.
Queste persone, che si occupano di parto in ospedale, non hanno idea di cosa sia un parto naturale, senza tutti gli interventi, un parto che non sia disumanizzato. Questa diffusa incapacità di sapere cosa sia un normale parto umanizzato è stata così riassunta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Medicalizzando” il parto, vale a dire togliendo una donna dal suo ambiente e circondandola con strane persone che usano strane macchine per farle strane cose nello sforzo di assisterla, viene così alterato lo stato fisico e mentale della donna che si altera anche il suo modo di compiere questo intimo atto e ne viene ugualmente alterato lo stato del nascituro. Il risultato è che non è più possibile sapere che cosa sarebbero stati i parti senza queste manipolazioni. Molti operatori sanitari non sanno più cosa sia un parto “non medicalizzato”. L’intera letteratura ostetrica e neonatologica moderna si basa essenzialmente sulle osservazioni del parto “medicalizzato”.

“I medici sono umani; le partorienti sono umane. Sbagliare è umano. Le donne hanno il diritto che eventuali errori compiuti  nel loro partorire siano i propri e non quelli di qualcun altro”.

Perché  Il parto “medicalizzato” è necessariamente disumanizzante?
Nel parto “medicalizzato” il medico ha sempre il controllo della situazione, mentre il fattore chiave nel parto umanizzato è che è la donna ad avere il controllo del proprio partorire e di qualunque cosa le succeda. Nessuna paziente ha mai avuto il pieno controllo della situazione in ospedale: se una paziente non è d’accordo con la direzione ospedaliera e i suoi tentativi per negoziare le cure alla maternità non sono andati a buon fine, la sua sola possibilità è di firmare per uscire dall’ospedale.
Dare scelta alle donne riguardo a certe procedure di assistenza alla maternità non significa non avere più il controllo della situazione, poiché sono i medici a decidere quali opzioni possono essere date alle donne e i dottori hanno comunque il potere di decidere se acconsentire o meno alla scelta di una donna.
Quindici anni fa a Fortaleza, in Brasile, la Conferenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandava che il parto venisse controllato non solo da singoli dottori ed ospedali, ma che venisse monitorato dal governo sulla base di cure con fondamento scientifico. Il parto, che negli ultimi cento anni è stato tolto da un contesto comunitario e che si è trasformato, in modo lento ma certo, in cure ospedaliere, deve essere riconsegnato alla comunità. Ora, l’attuale conferenza considererà il prossimo passo: riconsegnare il parto alla donna e alla sua famiglia.
Il travaglio e il parto sono funzioni del sistema nervoso involontario e sono quindi fuori dal controllo della coscienza.
Di conseguenza ci sono, in via di principio, due approcci per assistere il parto: lavorare con la donna per facilitare le sue risposte autonome (parto umanizzato) oppure non tener conto della biologia e sovrapporle il controllo esterno usando interventi quali medicinali e procedure chirurgiche (parto “medicalizzato”).
In pratica, le cure durante il parto possono includere una combinazione dei due approcci: facilitare le reazioni della donna è di solito [l’approccio] prevalente nella gestione del parto fuori dall’ospedale, mentre la sovrapposizione di controlli esterni prevale solitamente nella gestione del parto in ospedale. Che le cure siano “medicalizzate”o del tutto “umanizzate” dipende, tuttavia, dal fatto che la partoriente abbia o meno il pieno controllo della situazione.

Perché il parto “medicalizzato”?
Gli scorsi quindici anni hanno visto divenire intensa e globale la lotta tra questi due approcci alle cure alla maternità. Oggi ci sono 3 tipi di cure alla maternità:
• le cure altamente “medicalizzate”, ad elevata tecnologia, con al centro il medico e con un ruolo marginale della ostetrica (si trovano, ad esempio, negli USA, in Irlanda, Russia, Repubblica Ceca, Francia, Belgio e nelle aree urbane del Brasile);
• l’approccio “umanizzato”, con ostetriche più autonome e con un ruolo più forte e con percentuali d’intervento medico inferiori (si trovano, ad esempio, nei Paesi Bassi, in Nuova Zelanda e nei Paesi Scandinavi);
• un misto di entrambi gli approcci (si trova, ad esempio, in Gran Bretagna, in Canada, Germania, Giappone e Australia).
Oggi, nei paesi in via di sviluppo ci sono solitamente servizi alla maternità “medicalizzati” nelle grandi città, mentre nelle aree rurali non sono ancora pervenuti i servizi medici e quindi permangono i servizi “umanizzati”.
L’opinione prevalente dei medici è che le cure “moderne” alla maternità – ad esempio l’approccio occidentale ad elevato intervento ostetrico – salvano vite e sono parte integrante del processo di sviluppo, mentre i tentativi di porre un freno agli eccessi di cure mediche alla maternità sono visti come un regresso. L’attuale situazione nei paesi in via di sviluppo rinsalda l’idea che l’unico motivo per cui in alcuni luoghi sia ancora intensamente praticato il parto fuori dall’ospedale e con assistenza di ostetriche è perché la moderna pratica medica non è ancora disponibile in loco.
A nostro rischio e pericolo, tuttavia, non teniamo in considerazione la biologia. Per esempio, se smettiamo di usare il nostro corpo, questo si ammala. È una cosa “moderna” andare in giro in automobile e con i mezzi pubblici, camminando poco e correndo ancor meno. Di conseguenza, la scienza scopre che il nostro corpo ha bisogno di esercizio fisico, altrimenti si hanno problemi cardiovascolari. L’idea post-moderna è di ritornare a camminare e a correre e ciò è visto come un segno di progresso, non di regresso. Per lo stesso assunto, umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.

“Umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.”

Gli effetti negativi dello sviluppo
Ogni cambiamento nella condizione umana, incluso lo sviluppo, ha potenzialità dagli effetti sia positivi che negativi. Gli effetti positivi dello sviluppo superano quelli negativi finché i benefici sociali ed economici raggiungono tutti, poi gli effetti negativi nascosti cominciano ad emergere. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità infantile (sempre presente) sono ora emersi. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità materna stanno anch’essi comparendo. Gli interventi ostetrici, come il taglio cesareo, qualche volta salvano vite e qualche volta uccidono – il tasso di mortalità materna per parto cesareo, persino non in regime d’emergenza, é di 2,84 volte (vale a dire quasi il triplo) superiore a quello del parto vaginale. L’indice di mortalità materna negli USA, dopo decenni di deciso declino, è salito da 7,2 nel 1987 a 10,0 nel 1990 secondo i Centri Statunitensi di Prevenzione e Controllo delle Malattie. Mentre questo indice ha continuato a diminuire in altri paesi industrializzati, negli Stati Uniti la percentuale di decessi materni ha continuato a salire negli anni novanta, in modo lento ma deciso e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è ora più alta che in almeno altri venti paesi altamente industrializzati.
Poiché in passato l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è marcatamente affidata ad ostetrici di paesi altamente sviluppati, in possesso di poca o nessuna esperienza sui paesi in via di sviluppo, i suoi programmi hanno avuto la tendenza ad enfatizzare il ruolo dei medici nelle cure al parto. Questa è una spada a doppia lama: quando i Programmi per la Maternità Sicura hanno avuto avvio in Brasile, era gratificante veder crollare in modo significativo i tassi di mortalità materna ma, nel frattempo, le percentuali di tagli cesarei sono salite vertiginosamente, persino negli stati più poveri.
Il personale ostetrico sostiene spesso che le cure alla maternità nei paesi ricchi, “medicalizzate” e ad “alta tecnologia”, sono vero progresso ma l’evidenza scientifica suggerisce diversamente: non c’è stato alcun miglioramento significativo negli ultimi vent’anni nei paesi altamente industrializzati, per quanto concerne le percentuali di nascite sotto-peso o le percentuali di paralisi cerebrali.
La leggera diminuzione del tasso di mortalità perinatale in questi paesi, negli ultimi dieci anni, è dovuta solamente ad un lieve miglioramento del tasso di mortalità neonatale associato alle cure intensive neonatali e non alle cure ostetriche. Nei paesi altamente industrializzati tutti i tentativi di evidenziare percentuali più basse di mortalità perinatale in associazione a percentuali più elevate di interventi ostetrici sono falliti. Un Centro Nazionale Statunitense per gli Studi Statistici sulla Salute così commenta: “Il confronto degli indici di mortalità perinatale con le percentuali di taglio cesareo e di parto vaginale con intervento ostetrico non trova correlazioni costanti nei vari paesi”.
In una recensione della letteratura scientifica su questo tema da parte del Dipartimento Nazionale di Epidemiologia Perinatale di Oxford si afferma: “Molti studi non hanno rilevato alcuna relazione tra le effettive percentuali di mortalità perinatale e i numeri dei parti con intervento ostetrico”.
Nei paesi industrializzati, per quanto riguarda le cure alla maternità, siamo al punto in cui gli effetti positivi dello sviluppo e della tecnologia sono quasi al massimo ed emergono gli effetti negativi. Ciò aiuta a spiegare perché i progressi nella tecnologia e nello sviluppo non possono condurre a miglioramenti per la salute, a meno che la tecnologia non sia in armonia con i processi biologici naturali e non sia sostenuta da cure sanitarie umanizzate.
Un semplice esempio: se un parto cesareo non in regime d’emergenza viene fatto dopo che sia iniziato il travaglio, esso può facilitare in qualche caso i processi naturali. Aspettare, però, che inizi il travaglio significa che i medici perdono l’occasione per programmare il procedimento come a loro converrebbe. Se, però, come avviene quasi sempre oggi, il medico cerca di aggirare i processi naturali scegliendo di praticare il taglio cesareo prima che cominci il travaglio, c’è un rischio maggiore di sindrome da disturbi respiratori e di prematurità, entrambe cause predominanti di morte tra i neonati. Non teniamo in considerazione la natura a nostro rischio. Questa è la ragione per cui le agenzie internazionali per lo sviluppo, quali la Banca Mondiale, ora riconoscono che lo sviluppo economico non può condurre a miglioramenti della condizione umana a meno che non si accompagni allo sviluppo sociale, il quale include l’educazione.
Continua a leggere

PARTORIRE A BALI – PREFAZIONE

di Verena Schmid.

La nascita e la morte sono forme di democrazia”, con questa citazione Annalisa Garzonio apre il suo libro sul viaggio nel pianeta nascita. Questa affermazione secondo me è un’aspirazione più che una realtà, perché se fosse realtà, il partorire, la nascita dovrebbero essere ca– ratterizzati da quella pluralità tipica delle democrazie e ogni donna dovrebbe poter essere “il genio tutelare del suo corpo” (Rich), come dice Annalisa riella citazione successiva.

È proprio questo antico dilemma che mi ha attratto nel lavoro di Annalisa e lo sguardo nuovo che vi pone. L’antropologia della nascita negli ultimi decenni ha glorificato molto l’ostetricia tradizionale e il parto naturale, come se un parto naturale fosse possibile tra gli umani, dotati tutti di neocorteccia e quindi di pensiero e cultura. Questa peculiarità umana interferisce inevitabilmente sempre nei processi del partorire e nelle modalità di accogliere il bambino con tutti i suoi pro e contro specifici e differenziati in ogni cultura.

BALI_FRONTEÈ stata alimentata così una contrapposizione artificiale tra parto “naturale” e parto “tecnologico”, dove uno esclude l’altro, uno è “buono”, l’altro “cattivo”, uno rispetta la donna, l’altro no. In realtà è proprio questa dicotomia con le relative ideologie a non rispettare la donna.

In ogni tipo di ricerca la domanda costruisce buona parte del risultato. In antropologia questo forse è ancora più vero, Quello che risulta dalle osservazioni è in diretta relazione con gli occhi di chi guarda. Anche in questo Annalisa è andata oltre. Forte dei paradigmi antropologici sulla nascita appresi, ma dotata di occhi femminili, si rende presto conto che “natura”, “cerchio di donne”, “rispetto della donna” non sono automatismi e che anche in questi contesti femminili ci sono gerarchie di potere che costringono la donna in un determinato ruolo che non sempre è quello da lei scelto. Ci sono forti tradizioni per tenervela ingabbiata. La comprensione di queste tradizioni e della natura del ruolo che la donna deve rivestire si mostrano già molto prima di una gravidanza, nel ruoli tra i generi. La coppia già li mette in atto.

Leggendo i racconti sulle giovani coppie a Bali è d’obbligo riflettere sui rispettivi ruoli nella nostra società. Sono così diversi?

Abbiamo una cosa in comune con Bali: siamo immerse ancora in una cultura patriarcale, nonostante che da noi un movimento rinascimentale sia in atto. Questa cultura da noi porta a una grave crisi delle coppie e delle famiglie, ma ancora domina nei valori comuni e nei condizionamenti individuali. È proprio la cultura patriarcale a segnare i rituali della nascita, da noi come a Bali e nella maggior parte dei paesi del mondo. Infatti, le osservazioni di Annalisa di 13 parti “naturali”, assistiti a casa dalle ostetriche (che esistono solo dal 2003), la pongono di fronte a un interrogativo centrale: cosa ci vuole, affinché la donna possa stare al centro della sua esperienza, come protagonista?

È possibile che la donna stia al centro in una cultura patriarcale? Se non può essere protagonista in un sistema medico, centrato sul rischio, che si assume il controllo sulla donna, e neanche in un sistema familiare conviviale, cosa ci vuole allora per realizzare la democrazia nel partorire e nella nascita?

Nella nostra cultura occidentale il concetto “Donna al Centro” è un concetto dibattuto e accettato come principio valido. Ma è impraticato e impraticabile nel modello medico/rituale dominante. Ogni tentativo di una donna a far valere i suoi desideri, scelte e decisioni viene scoraggiato e, a volte, punito.

È nel modello patriarcale che una mamma che ha perso il suo bambino durante il parto può essere incriminata per la scelta del parto fatta (per altro scelta più che ragionata).

È sempre in questo modello che le ostetriche vengono richiamate e punite, se assecondano la scelta di una donna e praticano il rispetto della fisiologia ed è in questo modello che servizi altamente funzionanti, gestiti da sole ostetriche e woman friendly vengono chiusi senza ragioni. È questo modello che rifiuta il piano del parto di una donna.

È un paradigma culturale che ostacola la “Donna al centro”. Per contro si sta affermando lentamente un paradigma femminile che cerca di guadagnare terreno con mille difficoltà. Continua a leggere

UN PARTO VERO!

Un racconto di Sonia Richardson, ostetrica

Da D&D n. 69, La donna al Centro, implicazioni per la pratica, giugno 2010

Uno studente di medicina? E perché me lo devo cuccare proprio io?”

una studentessa per la precisione. Vuole trascorrere una giornata con un’ostetrica del territorio perché dopo la laurea vuole diventare medico ginecologo ostetrico!” così mi risponde la capa e non ho scelta!

mhmmmm….

La giornata è piena di impegni, c’e’ la clinica della gravidanza fisiologica, poi le visite in puerperio a domicilio. Manca personale, come al solito: e’ un casino! E ora ci voleva pure questa studentessa tra i piedi!

Easton, e’ la zona più multietnica di Bristol dove convivono molte minoranze etniche e tante famiglie alternative: donne in Burka, ragazze tatuate e piene di piercing, mamme in sandali in pieno inverno sono  le nostre clienti’ abituali.   

Incontriamo tante donne questa mattina, palpiamo tante pance. Natasha, la studente, devo dire, è proprio brava: 24 anni, carina, molto British non saccente e arrogante come qualche sua collega venuta a fare tirocinio qualche mese fa. Impara presto a fare manovre di Leopold, fa cilecca a far prelievi (una donna nigeriana si succhia i denti con disapprovazione quando Natasha canna il prelievo al secondo tentativo!) ma tutto sommato non mi è d’intralcio. Le faccio fare tutti gli stick alle urine che a me, schizzinosa, non piace!

Nelle visite in puerperio incontriamo un neonato pakistano particolarmente imbronciato e itterico, ma che ciuccia con passione, una donna afgana rifugiata politica che ci offre così tanto da bere e mangiare che non abbiamo nemmeno bisogno di pranzare. Non manca la Hippie che sorseggia frullato artigianale di placenta fresca.

Natasha mi racconta della sua esperienza in sala parto la settimana prima: ha visto ben 3 cesarei, e 5 parti spontanei, ‘anche se uno hanno dovuto tirarlo fuori con il forcipe’. Meravigliata dalla ‘magia’ dell’epidurale mi fa anche un sacco di domande: sulla gravidanza, i valori di sangue, sui casi più strani che ho incontrato…. In fondo è simpatica però alle 5pm sono stanca e desiderosa di sdoganarla alla fermata dell’autobus per andarmene a casa……

….e mi chiama Rebecca! Primo figlio, scelto di partorire in casa: sta contraendo da stamattina e ora sente che ha bisogno di sostegno!

un parto in casa?’ – mi chiede Natasha – ‘non è pericoloso?”

Non ho l’energia per farle il discorso sui rischi e benefici di nascere in casa e sto per dirle di andare a casa a riposarsi, che sento arrivare il suo autobus; poi, prima di avere il tempo di pentirmi, mi sento dire:

perché non vieni a vedere da te?” Continua a leggere