Il senso di sicurezza

Editoriale di Verena Schmid, tratto dal n. 102 di D&D, il giornale delle Ostetriche.

Mister Bonding (o Missis Bonding) si ripresenta in questo numero di D&D. Ancora una volta. Ci ha provato ancora e ancora. Sotto varie spoglie. E’ un clandestino naturalizzato. S’infiltra sempre e impone la sua presenza anche quando lo ignoriamo, quando lo cacciamo, quando lo mettiamo a disagio.

Senza di lui (o di lei) l’umanità sarebbe persa, i bambini non potrebbero sopravvivere. Tesse quel nastro emozionale che ci lega l’uno all’altro. Essendo l’essere umano un essere sociale e il cervello in eustress un organo finalizzato alla socializzazione e condivisione, senza il bonding la stessa finalità dell’umanità si annulla e il suo destino naturale si stravolge.

Nell’attuale condizione della nascita e degli stili di vita, dove troppo spesso, fin dalla vita prenatale, il nostro cervello vive una condizione di frequente distress, Mister Bonding fatica e l’essere umano sviluppa maggiormente comportamenti aggressivo/difensivi. In altre parole, al posto della fisiologica reazione “tend and befriend” in risposta agli stressori normali della vita, che favorisce la produzione di ossitocina e prolattina (gli aiutanti di Mister Bonding), si afferma l’adrenalinica risposta “atttacco o fuga”, che nel bambino piccolo si esprime in comportamenti iper- o ipotonici, rischiosi entrambi per la salute.l'immagine contiene una donna incinta e una donna con bambino Continua a leggere

IL PESCE NON VEDE L’ ACQUA.

Cure post moderne per la maternità.
Articolo tratto da D&D N.65 “IL PARTO A DOMICILIO – OGGI” Giugno 2009.

A cura di MARSDEN WAGNER Pediatra, Epidemiologo dell’OMS.
FISH CAN’T SEE WATER: THE NEED TO HUMANIZE BIRTH International Journal of  Gynecology  and Obstetrics, 75,  supplement s 25-37, 2001.

Traduzione di NADIA  RAVELLI.

Come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche –non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.

La nascita umanizzata pone la donna al centro e le dà controllo, si focalizza sulle cure primarie alla maternità in un contesto comunitario, attraverso ostetriche, infermiere e medici che lavorano insieme in armonia, su un piano di parità. Ha servizi basati sull’evidenza scientifica.
Le cure altamente tecnologiche alla maternità, praticate in occidente sotto controllo ostetrico in ospedale, disumanizzano, portando spesso ad interventi ostetrici invasivi, non necessari, costosi, pericolosi e non dovrebbero mai essere esportate nei paesi in via di sviluppo.
Le ostetriche e i parti programmati fuori dall’ospedale sono perfettamente sicuri per le nascite a basso rischio.

Introduzione
Umanizzare la nascita significa comprendere che la donna che partorisce è un essere umano, non una macchina e neanche un contenitore per fare i bebè. Far sentire alle donne – che sono la metà dell’intera popolazione- che sono essere inferiori e inadeguati, togliendo loro il potere di dare vita, è una tragedia per tutta la società.
Rispettare, invece, la donna in quanto essere umano, importante e di valore, e assicurare che l’esperienza di una donna mentre partorisce sia gratificante ed arricchente non è un piacevole “qualcosa di più”, ma è assolutamente essenziale, poiché rende forte la donna e conseguentemente rende forte la società.
Umanizzare la nascita significa porre al centro la donna che partorisce, dandole il controllo cosicché sia lei – non i dottori, né qualsiasi altra persona – a prendere tutte le decisioni riguardo a ciò che accadrà.
Umanizzare la nascita significa capire che l’obiettivo dei servizi alla maternità sono le cure primarie in un contesto comunitario – non le cure secondarie in un contesto ospedaliero – con ostetriche, infermiere e dottori che lavorano tutti insieme in armonia, in qualità di uguali.
Parto umanizzato significa servizi alla maternità che si fondano su una buona evidenza scientifica, comprendente un uso – scientificamente provato – di tecnologia e medicinali.
In molti posti, tuttavia, non abbiamo oggi il parto umanizzato. Perché?
Perché, come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche – non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.
Queste persone, che si occupano di parto in ospedale, non hanno idea di cosa sia un parto naturale, senza tutti gli interventi, un parto che non sia disumanizzato. Questa diffusa incapacità di sapere cosa sia un normale parto umanizzato è stata così riassunta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Medicalizzando” il parto, vale a dire togliendo una donna dal suo ambiente e circondandola con strane persone che usano strane macchine per farle strane cose nello sforzo di assisterla, viene così alterato lo stato fisico e mentale della donna che si altera anche il suo modo di compiere questo intimo atto e ne viene ugualmente alterato lo stato del nascituro. Il risultato è che non è più possibile sapere che cosa sarebbero stati i parti senza queste manipolazioni. Molti operatori sanitari non sanno più cosa sia un parto “non medicalizzato”. L’intera letteratura ostetrica e neonatologica moderna si basa essenzialmente sulle osservazioni del parto “medicalizzato”.

“I medici sono umani; le partorienti sono umane. Sbagliare è umano. Le donne hanno il diritto che eventuali errori compiuti  nel loro partorire siano i propri e non quelli di qualcun altro”.

Perché  Il parto “medicalizzato” è necessariamente disumanizzante?
Nel parto “medicalizzato” il medico ha sempre il controllo della situazione, mentre il fattore chiave nel parto umanizzato è che è la donna ad avere il controllo del proprio partorire e di qualunque cosa le succeda. Nessuna paziente ha mai avuto il pieno controllo della situazione in ospedale: se una paziente non è d’accordo con la direzione ospedaliera e i suoi tentativi per negoziare le cure alla maternità non sono andati a buon fine, la sua sola possibilità è di firmare per uscire dall’ospedale.
Dare scelta alle donne riguardo a certe procedure di assistenza alla maternità non significa non avere più il controllo della situazione, poiché sono i medici a decidere quali opzioni possono essere date alle donne e i dottori hanno comunque il potere di decidere se acconsentire o meno alla scelta di una donna.
Quindici anni fa a Fortaleza, in Brasile, la Conferenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandava che il parto venisse controllato non solo da singoli dottori ed ospedali, ma che venisse monitorato dal governo sulla base di cure con fondamento scientifico. Il parto, che negli ultimi cento anni è stato tolto da un contesto comunitario e che si è trasformato, in modo lento ma certo, in cure ospedaliere, deve essere riconsegnato alla comunità. Ora, l’attuale conferenza considererà il prossimo passo: riconsegnare il parto alla donna e alla sua famiglia.
Il travaglio e il parto sono funzioni del sistema nervoso involontario e sono quindi fuori dal controllo della coscienza.
Di conseguenza ci sono, in via di principio, due approcci per assistere il parto: lavorare con la donna per facilitare le sue risposte autonome (parto umanizzato) oppure non tener conto della biologia e sovrapporle il controllo esterno usando interventi quali medicinali e procedure chirurgiche (parto “medicalizzato”).
In pratica, le cure durante il parto possono includere una combinazione dei due approcci: facilitare le reazioni della donna è di solito [l’approccio] prevalente nella gestione del parto fuori dall’ospedale, mentre la sovrapposizione di controlli esterni prevale solitamente nella gestione del parto in ospedale. Che le cure siano “medicalizzate”o del tutto “umanizzate” dipende, tuttavia, dal fatto che la partoriente abbia o meno il pieno controllo della situazione.

Perché il parto “medicalizzato”?
Gli scorsi quindici anni hanno visto divenire intensa e globale la lotta tra questi due approcci alle cure alla maternità. Oggi ci sono 3 tipi di cure alla maternità:
• le cure altamente “medicalizzate”, ad elevata tecnologia, con al centro il medico e con un ruolo marginale della ostetrica (si trovano, ad esempio, negli USA, in Irlanda, Russia, Repubblica Ceca, Francia, Belgio e nelle aree urbane del Brasile);
• l’approccio “umanizzato”, con ostetriche più autonome e con un ruolo più forte e con percentuali d’intervento medico inferiori (si trovano, ad esempio, nei Paesi Bassi, in Nuova Zelanda e nei Paesi Scandinavi);
• un misto di entrambi gli approcci (si trova, ad esempio, in Gran Bretagna, in Canada, Germania, Giappone e Australia).
Oggi, nei paesi in via di sviluppo ci sono solitamente servizi alla maternità “medicalizzati” nelle grandi città, mentre nelle aree rurali non sono ancora pervenuti i servizi medici e quindi permangono i servizi “umanizzati”.
L’opinione prevalente dei medici è che le cure “moderne” alla maternità – ad esempio l’approccio occidentale ad elevato intervento ostetrico – salvano vite e sono parte integrante del processo di sviluppo, mentre i tentativi di porre un freno agli eccessi di cure mediche alla maternità sono visti come un regresso. L’attuale situazione nei paesi in via di sviluppo rinsalda l’idea che l’unico motivo per cui in alcuni luoghi sia ancora intensamente praticato il parto fuori dall’ospedale e con assistenza di ostetriche è perché la moderna pratica medica non è ancora disponibile in loco.
A nostro rischio e pericolo, tuttavia, non teniamo in considerazione la biologia. Per esempio, se smettiamo di usare il nostro corpo, questo si ammala. È una cosa “moderna” andare in giro in automobile e con i mezzi pubblici, camminando poco e correndo ancor meno. Di conseguenza, la scienza scopre che il nostro corpo ha bisogno di esercizio fisico, altrimenti si hanno problemi cardiovascolari. L’idea post-moderna è di ritornare a camminare e a correre e ciò è visto come un segno di progresso, non di regresso. Per lo stesso assunto, umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.

“Umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.”

Gli effetti negativi dello sviluppo
Ogni cambiamento nella condizione umana, incluso lo sviluppo, ha potenzialità dagli effetti sia positivi che negativi. Gli effetti positivi dello sviluppo superano quelli negativi finché i benefici sociali ed economici raggiungono tutti, poi gli effetti negativi nascosti cominciano ad emergere. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità infantile (sempre presente) sono ora emersi. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità materna stanno anch’essi comparendo. Gli interventi ostetrici, come il taglio cesareo, qualche volta salvano vite e qualche volta uccidono – il tasso di mortalità materna per parto cesareo, persino non in regime d’emergenza, é di 2,84 volte (vale a dire quasi il triplo) superiore a quello del parto vaginale. L’indice di mortalità materna negli USA, dopo decenni di deciso declino, è salito da 7,2 nel 1987 a 10,0 nel 1990 secondo i Centri Statunitensi di Prevenzione e Controllo delle Malattie. Mentre questo indice ha continuato a diminuire in altri paesi industrializzati, negli Stati Uniti la percentuale di decessi materni ha continuato a salire negli anni novanta, in modo lento ma deciso e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è ora più alta che in almeno altri venti paesi altamente industrializzati.
Poiché in passato l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è marcatamente affidata ad ostetrici di paesi altamente sviluppati, in possesso di poca o nessuna esperienza sui paesi in via di sviluppo, i suoi programmi hanno avuto la tendenza ad enfatizzare il ruolo dei medici nelle cure al parto. Questa è una spada a doppia lama: quando i Programmi per la Maternità Sicura hanno avuto avvio in Brasile, era gratificante veder crollare in modo significativo i tassi di mortalità materna ma, nel frattempo, le percentuali di tagli cesarei sono salite vertiginosamente, persino negli stati più poveri.
Il personale ostetrico sostiene spesso che le cure alla maternità nei paesi ricchi, “medicalizzate” e ad “alta tecnologia”, sono vero progresso ma l’evidenza scientifica suggerisce diversamente: non c’è stato alcun miglioramento significativo negli ultimi vent’anni nei paesi altamente industrializzati, per quanto concerne le percentuali di nascite sotto-peso o le percentuali di paralisi cerebrali.
La leggera diminuzione del tasso di mortalità perinatale in questi paesi, negli ultimi dieci anni, è dovuta solamente ad un lieve miglioramento del tasso di mortalità neonatale associato alle cure intensive neonatali e non alle cure ostetriche. Nei paesi altamente industrializzati tutti i tentativi di evidenziare percentuali più basse di mortalità perinatale in associazione a percentuali più elevate di interventi ostetrici sono falliti. Un Centro Nazionale Statunitense per gli Studi Statistici sulla Salute così commenta: “Il confronto degli indici di mortalità perinatale con le percentuali di taglio cesareo e di parto vaginale con intervento ostetrico non trova correlazioni costanti nei vari paesi”.
In una recensione della letteratura scientifica su questo tema da parte del Dipartimento Nazionale di Epidemiologia Perinatale di Oxford si afferma: “Molti studi non hanno rilevato alcuna relazione tra le effettive percentuali di mortalità perinatale e i numeri dei parti con intervento ostetrico”.
Nei paesi industrializzati, per quanto riguarda le cure alla maternità, siamo al punto in cui gli effetti positivi dello sviluppo e della tecnologia sono quasi al massimo ed emergono gli effetti negativi. Ciò aiuta a spiegare perché i progressi nella tecnologia e nello sviluppo non possono condurre a miglioramenti per la salute, a meno che la tecnologia non sia in armonia con i processi biologici naturali e non sia sostenuta da cure sanitarie umanizzate.
Un semplice esempio: se un parto cesareo non in regime d’emergenza viene fatto dopo che sia iniziato il travaglio, esso può facilitare in qualche caso i processi naturali. Aspettare, però, che inizi il travaglio significa che i medici perdono l’occasione per programmare il procedimento come a loro converrebbe. Se, però, come avviene quasi sempre oggi, il medico cerca di aggirare i processi naturali scegliendo di praticare il taglio cesareo prima che cominci il travaglio, c’è un rischio maggiore di sindrome da disturbi respiratori e di prematurità, entrambe cause predominanti di morte tra i neonati. Non teniamo in considerazione la natura a nostro rischio. Questa è la ragione per cui le agenzie internazionali per lo sviluppo, quali la Banca Mondiale, ora riconoscono che lo sviluppo economico non può condurre a miglioramenti della condizione umana a meno che non si accompagni allo sviluppo sociale, il quale include l’educazione.
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BARBIE, KEN E CICCIOBELLO.

Il modello consumistico della neofamiglia. Di Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale, www.psicologiaperinatale.it.

Articolo tratto da D&D 74 “NUOVI CONCETTI PER I CORSI PRE-NATALI”, settembre 2011.

Ci siamo: finalmente Barbie aspetta un bambino dal suo adorato Ken! Il sogno d’amore di questa coppia glamour si realizza e il test di gravidanza mostra due linee ben distinte (ovviamente rosa) che confermano quanto Barbie già immaginava..
Già la linea… non sia mai che il perfetto fisico di Barbie risenta della gravidanza! Per questo dopo aver dato la notizia in pasto ai media e festeggiato con Ken facendo shopping nei negozi premaman e in quelli di abitini all’ultima moda per neonati, Barbie si rivolge subito al proprio personal trainer per sapere come restare in forma durante l’attesa e come arrivare al parto senza avere muscoli e curve troppo appesantite. Ken dal canto suo, ha sentito parlare di una certa “sindrome della covata” secondo cui anche i padri ingrassano quando le loro compagne aspettano un bimbo perciò: orrore! Mica toccherà anche a lui! Meglio aumentare le sedute di palestra e comprare una bilancia ancora più precisa di quella che già avevano in casa, tanto servirà anche a Barbie per tenere sotto controllo il peso nei nove mesi.
Quindi, acquisti e forma fisica sono le prime preoccupazioni della coppia, così come accade a molti futuri genitori anche dalle nostre parti. Appena arrivata dal ginecologo per la prima visita (siamo già all’ottava settimana), Barbie chiede di poter fare subito un’ecografia per vedere la sua creatura e si assicura di poterne fare almeno una al mese, a colori e tridimensionale.
Le prime settimane di gravidanza trascorrono vagliando le offerte dei vari rotocalchi che, saputa la lieta notizia, fanno a gara per accaparrarsi l’esclusiva delle prime immagini del pancino che cresce…
A Barbie vengono inviate gratis a casa riviste specializzate che la introducono nel mondo degli articoli per mamme e neonati. “Mamma mia, quanti oggetti importanti devo avere assolutamente per dare alla mia creatura tutto ciò che servirà!” pensa Barbie, e facendo un rapido calcolo pensa alla cifra che servirà per gli acquisti. Circa 10 mila euro (1)… e meno male che alla fine un famoso negozio di articoli per bambini Prélevar, ha deciso di fornire a Barbie tutto il necessario in cambio di una sponsorizzazione. Barbie resta comunque stupita dalla presenza sulle riviste e nelle librerie di tantissimi metodi e pareri di illustri professionisti su come far dormire i neonati, su quanto allattarli (ma non sarà che allattare sciupa il seno?), sul tenerli in braccio. Nelle proprie rubriche, ognuno di questi esperti dice la sua e spesso contraddice ciò che è stato detto nella pagina precedente dello stesso giornale… “perché non c’è una linea comune? Cosa si studia nelle Università? Come orientarsi tra tanti pareri?” pensa Barbie fra sé e sé…
In effetti Barbie e Ken, via via che passa il tempo sono sempre più felici, ma anche confusi e allora accendono la TV in cerca di informazioni un po’ più coerenti. Hanno sentito parlare di una trasmissione molto nota, Sos tata, dove un’educatrice molto competente entra nelle case delle famiglie con bimbi piccoli e ristabilisce ordine e armonia dove ci siano problemi di sonno, di capricci, di bambini troppo dipendenti dai genitori. Vogliono proprio vedere quali sono le cose importanti da imparare ancora prima che nasca il loro bambino. La trasmissione li lascia un po’ perplessi e spaventati: davvero diventare genitori significa essere così sprovveduti? Davvero i bambini sono così prepotenti? Davvero abbiamo bisogno di qualcuno che ci insegni il mestiere di genitore? Davvero l’autonomia dei bambini necessita di loro pianti disperati e separazioni fisiche forzate tra adulti e bambini?
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THE VULNERABLE PRENATE.

La vulnerabilità del bambino “prenatale”.

Di Dr. William Emerson. Traduzione e adattamento di Tamara Macelloni.

Articolo tratto da D&D 73 “Nascere lascia il segno” , giugno 2011.

Questo articolo chiarisce le condizioni in cui le esperienze prenatali
producono degli effetti su tutto il resto della vita e
descrive le prospettive necessarie per comprendere
l’impatto dei traumi prenatali.

Introduzione
Il bambino prenatale (il bambino non ancora nato, ancora nel ventre materno) è estremamente vulnerabile per moltissimi motivi, che non sono né riconosciuti né ben distinti.
Molte persone pensano, o partono dal presupposto, che i bambini prenatali non siano coscienti e a stento attribuiscono loro lo status di essere umano. Ricordo un recente viaggio in treno durante il quale una madre in attesa sedeva in una carrozza fumatori piena di gente chiassosa. Le chiesi se si stava preoccupando per il bambino che era dentro di lei e se pensava che il fumo e l’ambiente rumoroso potessero dar fastidio. Ella rispose: “Certamente no, a questo stadio i bambini non sentono niente”!
Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Le teorie e le ricerche degli ultimi 20 anni dimostrano che le esperienze prenatali non solo possono essere ricordate, ma hanno anche un impatto sull’intera vita della persona.
Lo scopo principale di questo articolo è di chiarire le circostanze in cui le esperienze prenatali avranno un impatto importante sul resto della vita e descrivere le prospettive teoriche e le ricerche necessarie per comprendere gli effetti dei traumi prenatali.

Sistemi di “traumi interattivi”
Le esperienze prenatali hanno maggiori possibilità di avere un impatto sul resto della vita quando sono seguiti da condizioni rinforzatrici o “traumi interattivi”. Il termine trauma interattivo significa che i traumi interagiscono fra loro nel produrre i loro effetti. Nell’ambito delle analisi statistiche, interattivo significa che gli effetti dei fattori dipendono dalla presenza di altri fattori. Entrambe queste definizioni comunicano il significato di interazione che usiamo in questo articolo. Per esempio, è improbabile che essere bloccati nel canale del parto durante la nascita causi un senso di claustrofobia negli adulti. Tuttavia è possibile soffrire di claustrofobia se traumi simili e “rinforzatori” si presentano in seguito.
In uno dei casi che ho trattato, un bambino che era rimasto bloccato nel canale del parto durante la nascita era anche rimasto chiuso in bagno per 24 ore da piccolo e il fratello aveva cercato di strangolarlo in varie occasioni. In questa situazione ci sono diversi punti rilevanti, ma il trauma prenatale fornisce il “substrato” per le esperienze successive. In altre parole, le esperienze della vita sono percepite in termini di traumi precedenti non risolti.
Quando un bambino rimane bloccato durante la nascita, è già più predisposto a percepire gli eventi successivi come intrappolati, o a manipolare inconsciamente e scegliere situazioni di vita che portano a sentirsi intrappolato. Questo processo è detto ricapitolazione. In seguito, eventi simili o ricapitolati, indipendentemente dai processi percettivi, hanno una grande probabilità di rinforzare il trauma prenatale, sfociando in sintomi cronici. In questo caso, per il bambino di cui abbiamo appena parlato, gli eventi dell’infanzia hanno agito come rinforzatori del trauma di nascita, sfociando in una claustrofobia cronica.

Gli effetti delle esperienze prenatali: il bambino prenatale è un essere consapevole.
Durante il congresso APPPAH di San Francisco nel 1995, David Chamberlain condivise un’esperienza che esemplifica la consapevolezza del bambino prenatale. In questo caso il bambino era stato sottoposto ad un’amniocentesi. Nel video si notava che quando l’ago veniva inserito nell’utero, il bambino si voltava verso l’ago e lo allontanava da sé. Pensando di essere di fronte ad un’anomalia, lo staff medico ripeté la procedura di inserimento e di nuovo il bambino reagì nell’identico modo. Altri aneddoti ci raccontano di bambini che sistematicamente si allontanano dagli aghi che entrano nell’utero. Basandoci su queste osservazioni, possiamo tranquillamente concludere che i bambini sono molto coscienti di quanto sta loro accadendo intorno, specialmente degli eventi che hanno un diretto impatto su loro stessi.
Nel suo libro “From Fetus to Child”, Alessandra Piontelli cita molti casi di consapevolezza prenatale. Ella descrive una coppia di gemelli a circa 4 mesi di gestazione, molto consapevoli della presenza dell’altro, che interagivano periodicamente. Uno dei gemelli era attivamente aggressivo e l’altro sottomesso. Ogni volta che il gemello dominante spingeva o mordeva, il gemello sottomesso si allontanava e posava la testa sulla placenta nel tentativo di riprendersi. Dopo la nascita, all’età quattro anni, i due gemelli sembravano avere lo stesso tipo di relazione. Ogni volta che c’era un litigio o della tensione fra loro, il gemello passivo correva nella propria stanza e metteva la testa sul cuscino. Si portava anche dietro un cuscino che usava come oggetto di transizione, rifugiandosi in esso quando l’altro gemello diventava troppo aggressivo.
Con riferimento a questa e ad altre ricerche (come Babies remember birth di David Chamberlain e Primal connections di Elisabeth Nobles) appare chiaro che i bambini prenatali sono esseri consapevoli e che i comportamenti che mostrano in grembo si manifestano in seguito anche durante la vita. Continua a leggere

LA CLINICA TRANSCULTURALE

di Sabina Dal Verme, ostetrica. Articolo tratto dal D&D 72 “L’ostetrica e la donna immigrata”, marzo 2011

Concetti chiave
Cultura esterna, cultura interna, involucro culturale
Ogni essere umano è un essere culturale. Esiste una cultura esterna che è costituita dalla lingua, dalla struttura della famiglia, dalle regole del gruppo, dalle leggi, dalla religione, dalla organizzazione sociale di una comunità umana. Ed esiste poi una cultura interna che è costituita dall’elaborazione individuale della cultura esterna, attraverso un processo di interiorizzazione graduale degli elementi culturali esterni: la cultura interna è quindi diversa per ogni individuo, perché ognuno elabora personalmente la cultura esterna.
Le madri sono le prime trasmettitrici di cultura perché presentano il mondo ai loro bambini, attraverso il modo di tenerli in braccio, di toccarli, di parlar loro, di nutrirli, di insegnar loro come è formata la famiglia e, a piccoli passi, trasmettono loro la visione del mondo del loro gruppo di appartenenza. Il bambino interiorizza così, piano piano, il modo della mamma di percepire il mondo e forma una sua “pelle” o “involucro culturale” (1) la sua cultura interna corrisponde alla cultura della famiglia e della comunità. Il gruppo rafforza e conferma i comportamenti del bambino che sono in sintonia con la rappresentazione che il gruppo ha del bambino stesso. La comunità sostiene la madre nella sua funzione di trasmettitrice della cultura, le donne della famiglia: la madre, le sorelle, le cognate, le madrine costituiscono il gruppo delle co-madri che l’accompagnano e la guidano in modo che lei impari ad essere madre secondo il modello di quella società. Il suo legame con il bambino si costruisce secondo modalità che sono sue personali, ma che sono anche coerenti con il modello di madre del gruppo di appartenenza. La giovane madre apprende come accudire e far crescere il neonato, come portarlo, come nutrirlo e come farlo dormire, come lavarlo, come cullarlo.
In tutte le culture vengono eseguiti riti di protezione del bambino e della mamma; in tutte le culture la nascita è un momento importante di iniziazione per la madre, perché segna il passaggio da uno statuto sociale a un altro, in tutte le culture è un periodo di particolare vulnerabilità, che richiede il sostegno del gruppo. Il bambino cresce con una solida identità, all’interno di un involucro culturale solido, se la sua cultura interiorizzata è coerente con la cultura del gruppo, la sua cultura interna e la cultura esterna si rafforzano e si consolidano a vicenda.

La nascita extraospedaliera: il parto E Il trauma migratorio
Il concetto di trauma migratorio consegue alla nozione di involucro culturale: se viene a mancare la corrispondenza tra la cultura interna e quella esterna, l’individuo si trova in una situazione traumatica, in senso psicologico, il suo involucro culturale diventa fragile e frammentato.
La migrazione è un cambiamento di universo così profondo che può produrre degli effetti sul funzionamento psichico delle persone. L’entità del trauma dipende dalla solidità con cui la persona ha costruito la sua identità prima della migrazione.
Molte donne migranti sono piene di forza e di risorse, sono donne coraggiose che sanno affrontare situazioni incredibilmente difficili, riescono a vivere in una grande precarietà, sanno perseguire con tenacia il loro progetto, ma spesso pagano un prezzo alto in termini di sofferenza per la loro scelta di migrare. Alcune hanno vissuto storie traumatiche e fuggono dal loro paese cercando condizioni di maggior libertà, altre subiscono la scelta di migrare perché vengono in Italia con un ricongiungimento familiare. Indipendentemente dal motivo della migrazione, le donne adottano delle strategie difensive.
Proviamo a descriverne sinteticamente alcune, perché a volte non è facile riconoscere la sofferenza legata al trauma migratorio.
Alcune donne, illudendosi di appartenere al mondo italiano, cercano di cancellare il passato, la vita prima della migrazione, si iscrivono completamente nel mondo italiano, non vogliono parlare nella loro lingua. Altre invece si rifugiano nel ricordo della famiglia lontana e nella nostalgia e rinunciano a imparare l’italiano e a inserirsi qui. Sia le une che le altre vivono la migrazione come una frattura che separa la vita in due parti, ma non si può vivere cancellando un pezzo della propria storia.
Altre rivivono i traumi del passato e la gravidanza riattiva sofferenze antiche.
Altre ancora soffrono nel corpo (mal di testa, mali da tutte le parti, frequenti accessi al pronto soccorso) perché il dolore della lontananza non può essere espresso con le parole.
Qualche donna cerca di mimetizzarsi, cerca di aderire alla nostra mentalità occidentale, per non sentirsi diversa, ma a mimetizzarsi si diventa invisibili e anche questo è un prezzo alto.
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