OMBRE SULLA MADRE.

Editoriale di Verena Schmid, tratto dal n. 95-96 di D&D, IL PUERPERIO IN OMBRA.

Il puerperio ormai è seguito quasi ovunque solo nei primi due giorni, i giorni del ricovero.

Dopo, referente per la famiglia è il pediatra, che si occupa però per lo più del bambino, spesso in antagonismo con la madre. La donna, con i suoi bisogni, scompare nell’ombra.

In questo numero doppio vogliamo accendere i riflettori su di LEI: colei che dona, accoglie, nutre la vita, colei che continua ad essere ancora “utero” per il bambino nato. Vogliamo illuminare i suoi bisogni, la sua condizione, le sue opportunità, la sua libertà nello scolpire la sua maternità a propria misura.

I bisogni materni non trovano molte sponde.

Chi si occupa del dolore in puerperio? Un interessante articolo negli approfondimenti, di Michele Amoruso, medico anestesista, ci parla delle possibilità analgesiche e di come proteggere l’allattamento anche in caso di necessità di anestesia o di uso di farmaci.

Chi si preoccupa del dolore da cicatrice e degli esiti a medio e lungo termine? Abbiamo dedicato ampio spazio a questo tema così attuale. Ce ne parla Anna Maria Rossetti.

Chi si preoccupa del maternage della madre? L’esaurimento non è obbligatorio, una buona cura della madre lo può prevenire, proponiamo qui tanti modi. Non solo, ma spesso la depressione post parto è mal diagnosticata, i suoi sintomi potrebbero essere spesso dati dalla mancanza di cure adeguate. Ce ne parla, tra diverse altre autrici, Gabriella Bianco.

Innanzitutto il corpo della donna che è stato attraversato da un bambino, deve guarire, ha dei bisogni di guarigione, involuzione, evoluzione, la sua persona deve “digerire” l’evento nascita.

Essere madre in una società patriarcale porta le donne stesse a non dare peso, valore a questi loro bisogni di donna, di madre, Rossella Minocchi approfondisce questa condizione.minidd95-96

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MOLTE DOMANDE, POCHE RISPOSTE.

Editoriale di Verena Schmid, tratto dal n. 93 di D&D MATERNITA’ E PATERNITA’ SURROGATE.

Maternità, paternità surrogate, gravidanza, concepimento surrogato… queste le nuove frontiere dell’ostetricia e del dare la vita! Un tema caldo anche per le ostetriche che si troveranno di fronte a queste situazioni a conti fatti: nascerà un bambino, con due, tre o quattro genitori che contribuiscono in vario modo al suo divenire e alla sua identità.
Ma madre e padre possono essere davvero surrogati? Un “utero” (leggi “una donna”) può essere affittato senza implicazioni relazionali? Come vivono i bambini, nati da costellazioni biologiche diverse, la loro identità? Devono sapere o non sapere? Procreare per conto terzi è dignitoso per la donna o dev’essere vietato?
I donatori devono restare anonimi o no? Come vive il genitore infertile il bambino donato da altro/a? Deve elaborare un lutto? Cosa succede nelle coppie? Cosa cambia nella relazione generazionale?
Di queste domande, esponenti di diverse discipline discutono in questo D&D, senza dare risposte, ma stimolando un ampliamento del punto di vista e una riflessione più approfondita. Mentre alcune risposte le danno i nati da fecondazione assistita eterologa, oggi giovani adulti, riunitosi in un’associazione. Non si tratta solo di cellule germinali donate (ovuli o spermatozoi) o uteri contenitori in affitto dicono, ma dietro ogni cellula sta un padre o una madre biologica che si sono materializzati in un nuovo individuo, e che i bambini nati dalle loro cellule vogliono conoscere, in quanto pare di loro. Quindi, madri e padri sono anche loro, donatori e “contenitori”.Il legame biologico è incancellabile.

D&D93
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CON LE MANI SI PUO’!

Che meraviglioso strumento le mani!

Editoriale di verena Schmid, tratto dal n. 91 di D&D IL TOCCO – massaggio e salute.

Ricordo un seminario internazionale intensivo di un giorno sul tema della ipoalgesia fisiologica in travaglio, con la presenza di ostetriche provenienti dalle più diverse culture, con e senza velo, dove abbiamo lavorato a ritmo serrato su temi centralissimi nell’assistenza ostetrica come il dolore, le distocie, i parti difficili e abbiamo sperimentato diversissimi strumenti di riduzione del dolore e di sblocco delle distocie. Alla fine della giornata una delle ostetriche esclama: “Ma abbiamo lavorato tutto il giorno con le mani!”

Già, le mani possono tanto. Prima di tutto comunicano: ricevono messaggi e mandano messaggi. Si forma una specie di sinapsi tra la persona trattante e la persona ricevente, i due sistemi nervosi (e non solo) entrano in contatto e, attraverso “neurotrasmettitori” sottili come l’ascolto e l’intensione passano i messaggi. Sono i corpi a parlare, a rivelare la loro memoria profonda. Si accende l’intuizione, che tutto sa.

Le mani quindi accolgono, ascoltano con emaptia, ricevono “dati”, elaborano, riconoscono, fanno diagnosi e curano in modo mirato, offrendo quello di cui c’è bisogno al momento. In gravidanza non solo fanno “sinapsi” con la madre, ma anche con il bambino. Sono quindi strumento sensibile e prezioso anche per riconoscere e, se necessario, migliorare il benessere fetale.

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IL PESCE NON VEDE L’ ACQUA.

Cure post moderne per la maternità.
Articolo tratto da D&D N.65 “IL PARTO A DOMICILIO – OGGI” Giugno 2009.

A cura di MARSDEN WAGNER Pediatra, Epidemiologo dell’OMS.
FISH CAN’T SEE WATER: THE NEED TO HUMANIZE BIRTH International Journal of  Gynecology  and Obstetrics, 75,  supplement s 25-37, 2001.

Traduzione di NADIA  RAVELLI.

Come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche –non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.

La nascita umanizzata pone la donna al centro e le dà controllo, si focalizza sulle cure primarie alla maternità in un contesto comunitario, attraverso ostetriche, infermiere e medici che lavorano insieme in armonia, su un piano di parità. Ha servizi basati sull’evidenza scientifica.
Le cure altamente tecnologiche alla maternità, praticate in occidente sotto controllo ostetrico in ospedale, disumanizzano, portando spesso ad interventi ostetrici invasivi, non necessari, costosi, pericolosi e non dovrebbero mai essere esportate nei paesi in via di sviluppo.
Le ostetriche e i parti programmati fuori dall’ospedale sono perfettamente sicuri per le nascite a basso rischio.

Introduzione
Umanizzare la nascita significa comprendere che la donna che partorisce è un essere umano, non una macchina e neanche un contenitore per fare i bebè. Far sentire alle donne – che sono la metà dell’intera popolazione- che sono essere inferiori e inadeguati, togliendo loro il potere di dare vita, è una tragedia per tutta la società.
Rispettare, invece, la donna in quanto essere umano, importante e di valore, e assicurare che l’esperienza di una donna mentre partorisce sia gratificante ed arricchente non è un piacevole “qualcosa di più”, ma è assolutamente essenziale, poiché rende forte la donna e conseguentemente rende forte la società.
Umanizzare la nascita significa porre al centro la donna che partorisce, dandole il controllo cosicché sia lei – non i dottori, né qualsiasi altra persona – a prendere tutte le decisioni riguardo a ciò che accadrà.
Umanizzare la nascita significa capire che l’obiettivo dei servizi alla maternità sono le cure primarie in un contesto comunitario – non le cure secondarie in un contesto ospedaliero – con ostetriche, infermiere e dottori che lavorano tutti insieme in armonia, in qualità di uguali.
Parto umanizzato significa servizi alla maternità che si fondano su una buona evidenza scientifica, comprendente un uso – scientificamente provato – di tecnologia e medicinali.
In molti posti, tuttavia, non abbiamo oggi il parto umanizzato. Perché?
Perché, come i pesci non possono vedere l’acqua in cui nuotano, coloro che si occupano di nascita – siano essi dottori, ostetriche o infermiere, che hanno avuto solo esperienza di parti ad alta tecnologia in contesti ospedalieri e strutture mediche – non riescono a vedere il profondo effetto provocato al parto dai loro interventi.
Queste persone, che si occupano di parto in ospedale, non hanno idea di cosa sia un parto naturale, senza tutti gli interventi, un parto che non sia disumanizzato. Questa diffusa incapacità di sapere cosa sia un normale parto umanizzato è stata così riassunta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Medicalizzando” il parto, vale a dire togliendo una donna dal suo ambiente e circondandola con strane persone che usano strane macchine per farle strane cose nello sforzo di assisterla, viene così alterato lo stato fisico e mentale della donna che si altera anche il suo modo di compiere questo intimo atto e ne viene ugualmente alterato lo stato del nascituro. Il risultato è che non è più possibile sapere che cosa sarebbero stati i parti senza queste manipolazioni. Molti operatori sanitari non sanno più cosa sia un parto “non medicalizzato”. L’intera letteratura ostetrica e neonatologica moderna si basa essenzialmente sulle osservazioni del parto “medicalizzato”.

“I medici sono umani; le partorienti sono umane. Sbagliare è umano. Le donne hanno il diritto che eventuali errori compiuti  nel loro partorire siano i propri e non quelli di qualcun altro”.

Perché  Il parto “medicalizzato” è necessariamente disumanizzante?
Nel parto “medicalizzato” il medico ha sempre il controllo della situazione, mentre il fattore chiave nel parto umanizzato è che è la donna ad avere il controllo del proprio partorire e di qualunque cosa le succeda. Nessuna paziente ha mai avuto il pieno controllo della situazione in ospedale: se una paziente non è d’accordo con la direzione ospedaliera e i suoi tentativi per negoziare le cure alla maternità non sono andati a buon fine, la sua sola possibilità è di firmare per uscire dall’ospedale.
Dare scelta alle donne riguardo a certe procedure di assistenza alla maternità non significa non avere più il controllo della situazione, poiché sono i medici a decidere quali opzioni possono essere date alle donne e i dottori hanno comunque il potere di decidere se acconsentire o meno alla scelta di una donna.
Quindici anni fa a Fortaleza, in Brasile, la Conferenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandava che il parto venisse controllato non solo da singoli dottori ed ospedali, ma che venisse monitorato dal governo sulla base di cure con fondamento scientifico. Il parto, che negli ultimi cento anni è stato tolto da un contesto comunitario e che si è trasformato, in modo lento ma certo, in cure ospedaliere, deve essere riconsegnato alla comunità. Ora, l’attuale conferenza considererà il prossimo passo: riconsegnare il parto alla donna e alla sua famiglia.
Il travaglio e il parto sono funzioni del sistema nervoso involontario e sono quindi fuori dal controllo della coscienza.
Di conseguenza ci sono, in via di principio, due approcci per assistere il parto: lavorare con la donna per facilitare le sue risposte autonome (parto umanizzato) oppure non tener conto della biologia e sovrapporle il controllo esterno usando interventi quali medicinali e procedure chirurgiche (parto “medicalizzato”).
In pratica, le cure durante il parto possono includere una combinazione dei due approcci: facilitare le reazioni della donna è di solito [l’approccio] prevalente nella gestione del parto fuori dall’ospedale, mentre la sovrapposizione di controlli esterni prevale solitamente nella gestione del parto in ospedale. Che le cure siano “medicalizzate”o del tutto “umanizzate” dipende, tuttavia, dal fatto che la partoriente abbia o meno il pieno controllo della situazione.

Perché il parto “medicalizzato”?
Gli scorsi quindici anni hanno visto divenire intensa e globale la lotta tra questi due approcci alle cure alla maternità. Oggi ci sono 3 tipi di cure alla maternità:
• le cure altamente “medicalizzate”, ad elevata tecnologia, con al centro il medico e con un ruolo marginale della ostetrica (si trovano, ad esempio, negli USA, in Irlanda, Russia, Repubblica Ceca, Francia, Belgio e nelle aree urbane del Brasile);
• l’approccio “umanizzato”, con ostetriche più autonome e con un ruolo più forte e con percentuali d’intervento medico inferiori (si trovano, ad esempio, nei Paesi Bassi, in Nuova Zelanda e nei Paesi Scandinavi);
• un misto di entrambi gli approcci (si trova, ad esempio, in Gran Bretagna, in Canada, Germania, Giappone e Australia).
Oggi, nei paesi in via di sviluppo ci sono solitamente servizi alla maternità “medicalizzati” nelle grandi città, mentre nelle aree rurali non sono ancora pervenuti i servizi medici e quindi permangono i servizi “umanizzati”.
L’opinione prevalente dei medici è che le cure “moderne” alla maternità – ad esempio l’approccio occidentale ad elevato intervento ostetrico – salvano vite e sono parte integrante del processo di sviluppo, mentre i tentativi di porre un freno agli eccessi di cure mediche alla maternità sono visti come un regresso. L’attuale situazione nei paesi in via di sviluppo rinsalda l’idea che l’unico motivo per cui in alcuni luoghi sia ancora intensamente praticato il parto fuori dall’ospedale e con assistenza di ostetriche è perché la moderna pratica medica non è ancora disponibile in loco.
A nostro rischio e pericolo, tuttavia, non teniamo in considerazione la biologia. Per esempio, se smettiamo di usare il nostro corpo, questo si ammala. È una cosa “moderna” andare in giro in automobile e con i mezzi pubblici, camminando poco e correndo ancor meno. Di conseguenza, la scienza scopre che il nostro corpo ha bisogno di esercizio fisico, altrimenti si hanno problemi cardiovascolari. L’idea post-moderna è di ritornare a camminare e a correre e ciò è visto come un segno di progresso, non di regresso. Per lo stesso assunto, umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.

“Umanizzare i servizi alla maternità non è un segno di regresso, ma è post-moderno ed è nella direzione del progresso.”

Gli effetti negativi dello sviluppo
Ogni cambiamento nella condizione umana, incluso lo sviluppo, ha potenzialità dagli effetti sia positivi che negativi. Gli effetti positivi dello sviluppo superano quelli negativi finché i benefici sociali ed economici raggiungono tutti, poi gli effetti negativi nascosti cominciano ad emergere. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità infantile (sempre presente) sono ora emersi. Gli effetti negativi dello sviluppo sulla mortalità materna stanno anch’essi comparendo. Gli interventi ostetrici, come il taglio cesareo, qualche volta salvano vite e qualche volta uccidono – il tasso di mortalità materna per parto cesareo, persino non in regime d’emergenza, é di 2,84 volte (vale a dire quasi il triplo) superiore a quello del parto vaginale. L’indice di mortalità materna negli USA, dopo decenni di deciso declino, è salito da 7,2 nel 1987 a 10,0 nel 1990 secondo i Centri Statunitensi di Prevenzione e Controllo delle Malattie. Mentre questo indice ha continuato a diminuire in altri paesi industrializzati, negli Stati Uniti la percentuale di decessi materni ha continuato a salire negli anni novanta, in modo lento ma deciso e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è ora più alta che in almeno altri venti paesi altamente industrializzati.
Poiché in passato l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è marcatamente affidata ad ostetrici di paesi altamente sviluppati, in possesso di poca o nessuna esperienza sui paesi in via di sviluppo, i suoi programmi hanno avuto la tendenza ad enfatizzare il ruolo dei medici nelle cure al parto. Questa è una spada a doppia lama: quando i Programmi per la Maternità Sicura hanno avuto avvio in Brasile, era gratificante veder crollare in modo significativo i tassi di mortalità materna ma, nel frattempo, le percentuali di tagli cesarei sono salite vertiginosamente, persino negli stati più poveri.
Il personale ostetrico sostiene spesso che le cure alla maternità nei paesi ricchi, “medicalizzate” e ad “alta tecnologia”, sono vero progresso ma l’evidenza scientifica suggerisce diversamente: non c’è stato alcun miglioramento significativo negli ultimi vent’anni nei paesi altamente industrializzati, per quanto concerne le percentuali di nascite sotto-peso o le percentuali di paralisi cerebrali.
La leggera diminuzione del tasso di mortalità perinatale in questi paesi, negli ultimi dieci anni, è dovuta solamente ad un lieve miglioramento del tasso di mortalità neonatale associato alle cure intensive neonatali e non alle cure ostetriche. Nei paesi altamente industrializzati tutti i tentativi di evidenziare percentuali più basse di mortalità perinatale in associazione a percentuali più elevate di interventi ostetrici sono falliti. Un Centro Nazionale Statunitense per gli Studi Statistici sulla Salute così commenta: “Il confronto degli indici di mortalità perinatale con le percentuali di taglio cesareo e di parto vaginale con intervento ostetrico non trova correlazioni costanti nei vari paesi”.
In una recensione della letteratura scientifica su questo tema da parte del Dipartimento Nazionale di Epidemiologia Perinatale di Oxford si afferma: “Molti studi non hanno rilevato alcuna relazione tra le effettive percentuali di mortalità perinatale e i numeri dei parti con intervento ostetrico”.
Nei paesi industrializzati, per quanto riguarda le cure alla maternità, siamo al punto in cui gli effetti positivi dello sviluppo e della tecnologia sono quasi al massimo ed emergono gli effetti negativi. Ciò aiuta a spiegare perché i progressi nella tecnologia e nello sviluppo non possono condurre a miglioramenti per la salute, a meno che la tecnologia non sia in armonia con i processi biologici naturali e non sia sostenuta da cure sanitarie umanizzate.
Un semplice esempio: se un parto cesareo non in regime d’emergenza viene fatto dopo che sia iniziato il travaglio, esso può facilitare in qualche caso i processi naturali. Aspettare, però, che inizi il travaglio significa che i medici perdono l’occasione per programmare il procedimento come a loro converrebbe. Se, però, come avviene quasi sempre oggi, il medico cerca di aggirare i processi naturali scegliendo di praticare il taglio cesareo prima che cominci il travaglio, c’è un rischio maggiore di sindrome da disturbi respiratori e di prematurità, entrambe cause predominanti di morte tra i neonati. Non teniamo in considerazione la natura a nostro rischio. Questa è la ragione per cui le agenzie internazionali per lo sviluppo, quali la Banca Mondiale, ora riconoscono che lo sviluppo economico non può condurre a miglioramenti della condizione umana a meno che non si accompagni allo sviluppo sociale, il quale include l’educazione.
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PARTORIRE A BALI – PREFAZIONE

di Verena Schmid.

La nascita e la morte sono forme di democrazia”, con questa citazione Annalisa Garzonio apre il suo libro sul viaggio nel pianeta nascita. Questa affermazione secondo me è un’aspirazione più che una realtà, perché se fosse realtà, il partorire, la nascita dovrebbero essere ca– ratterizzati da quella pluralità tipica delle democrazie e ogni donna dovrebbe poter essere “il genio tutelare del suo corpo” (Rich), come dice Annalisa riella citazione successiva.

È proprio questo antico dilemma che mi ha attratto nel lavoro di Annalisa e lo sguardo nuovo che vi pone. L’antropologia della nascita negli ultimi decenni ha glorificato molto l’ostetricia tradizionale e il parto naturale, come se un parto naturale fosse possibile tra gli umani, dotati tutti di neocorteccia e quindi di pensiero e cultura. Questa peculiarità umana interferisce inevitabilmente sempre nei processi del partorire e nelle modalità di accogliere il bambino con tutti i suoi pro e contro specifici e differenziati in ogni cultura.

BALI_FRONTEÈ stata alimentata così una contrapposizione artificiale tra parto “naturale” e parto “tecnologico”, dove uno esclude l’altro, uno è “buono”, l’altro “cattivo”, uno rispetta la donna, l’altro no. In realtà è proprio questa dicotomia con le relative ideologie a non rispettare la donna.

In ogni tipo di ricerca la domanda costruisce buona parte del risultato. In antropologia questo forse è ancora più vero, Quello che risulta dalle osservazioni è in diretta relazione con gli occhi di chi guarda. Anche in questo Annalisa è andata oltre. Forte dei paradigmi antropologici sulla nascita appresi, ma dotata di occhi femminili, si rende presto conto che “natura”, “cerchio di donne”, “rispetto della donna” non sono automatismi e che anche in questi contesti femminili ci sono gerarchie di potere che costringono la donna in un determinato ruolo che non sempre è quello da lei scelto. Ci sono forti tradizioni per tenervela ingabbiata. La comprensione di queste tradizioni e della natura del ruolo che la donna deve rivestire si mostrano già molto prima di una gravidanza, nel ruoli tra i generi. La coppia già li mette in atto.

Leggendo i racconti sulle giovani coppie a Bali è d’obbligo riflettere sui rispettivi ruoli nella nostra società. Sono così diversi?

Abbiamo una cosa in comune con Bali: siamo immerse ancora in una cultura patriarcale, nonostante che da noi un movimento rinascimentale sia in atto. Questa cultura da noi porta a una grave crisi delle coppie e delle famiglie, ma ancora domina nei valori comuni e nei condizionamenti individuali. È proprio la cultura patriarcale a segnare i rituali della nascita, da noi come a Bali e nella maggior parte dei paesi del mondo. Infatti, le osservazioni di Annalisa di 13 parti “naturali”, assistiti a casa dalle ostetriche (che esistono solo dal 2003), la pongono di fronte a un interrogativo centrale: cosa ci vuole, affinché la donna possa stare al centro della sua esperienza, come protagonista?

È possibile che la donna stia al centro in una cultura patriarcale? Se non può essere protagonista in un sistema medico, centrato sul rischio, che si assume il controllo sulla donna, e neanche in un sistema familiare conviviale, cosa ci vuole allora per realizzare la democrazia nel partorire e nella nascita?

Nella nostra cultura occidentale il concetto “Donna al Centro” è un concetto dibattuto e accettato come principio valido. Ma è impraticato e impraticabile nel modello medico/rituale dominante. Ogni tentativo di una donna a far valere i suoi desideri, scelte e decisioni viene scoraggiato e, a volte, punito.

È nel modello patriarcale che una mamma che ha perso il suo bambino durante il parto può essere incriminata per la scelta del parto fatta (per altro scelta più che ragionata).

È sempre in questo modello che le ostetriche vengono richiamate e punite, se assecondano la scelta di una donna e praticano il rispetto della fisiologia ed è in questo modello che servizi altamente funzionanti, gestiti da sole ostetriche e woman friendly vengono chiusi senza ragioni. È questo modello che rifiuta il piano del parto di una donna.

È un paradigma culturale che ostacola la “Donna al centro”. Per contro si sta affermando lentamente un paradigma femminile che cerca di guadagnare terreno con mille difficoltà. Continua a leggere

UN PARTO VERO!

Un racconto di Sonia Richardson, ostetrica

Da D&D n. 69, La donna al Centro, implicazioni per la pratica, giugno 2010

Uno studente di medicina? E perché me lo devo cuccare proprio io?”

una studentessa per la precisione. Vuole trascorrere una giornata con un’ostetrica del territorio perché dopo la laurea vuole diventare medico ginecologo ostetrico!” così mi risponde la capa e non ho scelta!

mhmmmm….

La giornata è piena di impegni, c’e’ la clinica della gravidanza fisiologica, poi le visite in puerperio a domicilio. Manca personale, come al solito: e’ un casino! E ora ci voleva pure questa studentessa tra i piedi!

Easton, e’ la zona più multietnica di Bristol dove convivono molte minoranze etniche e tante famiglie alternative: donne in Burka, ragazze tatuate e piene di piercing, mamme in sandali in pieno inverno sono  le nostre clienti’ abituali.   

Incontriamo tante donne questa mattina, palpiamo tante pance. Natasha, la studente, devo dire, è proprio brava: 24 anni, carina, molto British non saccente e arrogante come qualche sua collega venuta a fare tirocinio qualche mese fa. Impara presto a fare manovre di Leopold, fa cilecca a far prelievi (una donna nigeriana si succhia i denti con disapprovazione quando Natasha canna il prelievo al secondo tentativo!) ma tutto sommato non mi è d’intralcio. Le faccio fare tutti gli stick alle urine che a me, schizzinosa, non piace!

Nelle visite in puerperio incontriamo un neonato pakistano particolarmente imbronciato e itterico, ma che ciuccia con passione, una donna afgana rifugiata politica che ci offre così tanto da bere e mangiare che non abbiamo nemmeno bisogno di pranzare. Non manca la Hippie che sorseggia frullato artigianale di placenta fresca.

Natasha mi racconta della sua esperienza in sala parto la settimana prima: ha visto ben 3 cesarei, e 5 parti spontanei, ‘anche se uno hanno dovuto tirarlo fuori con il forcipe’. Meravigliata dalla ‘magia’ dell’epidurale mi fa anche un sacco di domande: sulla gravidanza, i valori di sangue, sui casi più strani che ho incontrato…. In fondo è simpatica però alle 5pm sono stanca e desiderosa di sdoganarla alla fermata dell’autobus per andarmene a casa……

….e mi chiama Rebecca! Primo figlio, scelto di partorire in casa: sta contraendo da stamattina e ora sente che ha bisogno di sostegno!

un parto in casa?’ – mi chiede Natasha – ‘non è pericoloso?”

Non ho l’energia per farle il discorso sui rischi e benefici di nascere in casa e sto per dirle di andare a casa a riposarsi, che sento arrivare il suo autobus; poi, prima di avere il tempo di pentirmi, mi sento dire:

perché non vieni a vedere da te?” Continua a leggere

IL CELLULARE IN SALA PARTO

Gli effetti dei cellulari sul neonato
Tratto da: Neugeborene unter dem Einfluss von TV und Handy (Neonati sotto l’influenza di TV e cellulare), V. Spielraum-Lebensraum, Grabs (CH), 2008, D&D 63 dicembre 2008

Appena è nato si accendono: foto, messaggi, comunicazioni, le onde dei cellulari fanno ormai parte dell’imprinting neonatale. Con quali effetti?
Le onde elettromagnetiche dei cellulari sommergono l’organismo completamente aperto del neonato, con effetti imprevedibili. Ancora gli effetti del cellulare sul corpo umano sono discussi, però alcuni effetti  negativi sono stati dimostrati. Ci sono molti avvisi  preoccupanti  rispetto al loro effetto negativo sull’organismo in crescita di un bambino. Nell’adulto, tra i disturbi dovuti a un alto livello di onde elettromagnetiche sono stati osservati: problemi cardiocircolatori, disturbi del sonno, stanchezza cronica e esaurimento, stati di tensione nervosa, Tinnitus e vertigini, cefalee, peggioramento generico di malattie esistenti. Inoltre: alterazioni delle correnti cerebrali nell’EEG, rischio di intossicazione del cervello, aumentato rischio di trombosi, riduzione della fertilità maschile. Un effetto collaterale non meno preoccupante è “l’erosione del dialogo”. La mamma al cellulare è presente al bambino, ma non è là, lo stesso vale per il padre. Se questo succede spesso, un bambino può congelarsi emotivamente.
Particolarmente a rischio sono quei bambini che sono nati da parto medicalizzato e che hanno subito un bonding incompleto o disturbato nelle prime ore di vita. Ci sono bambini/persone elettrosensibili, nei quali gli effetti dannosi sono maggiori. È consigliabile, prevenire l’uso del cellulare in sala parto e nelle camere di degenza dove il bambino è presente. L’uso del cellulare combinato con la televisione moltiplica gli effetti negativi sul bambino, sia a livello fisico che relazionale. La televisione accesa altera le capacità percettive dei genitori e non permette più di cogliere i segni sottili che il bambino manda, né il rispecchiamento tanto importante per lo sviluppo della persona e della relazione. è importante ridurre al minimo le conversazioni al cellulare in presenza del bambino, di evitare l’uso dei cordless a casa,  di controllare le onde emesse dai baby control (ricetrasmittente per neonati) e di tenerli lontani almeno 2 metri dal bambino.

http://www.marsupioscuola.it/rivista_n_63_accoglimento.html

L’AUTUNNO CALDO DELL’OSTETRICIA

Editoriale di D&D n. 87, di Verena Schmid, dicembre 2014

Ci vuole un ostacolo grande per accendere la motivazione di tanti. Ce lo ha fornito, forse involontariamente, la FNCO con i suoi ultimi passi: il parere sul HBAC, l’obbligo di promuovere la donazione del sangue del bambino neonato, il divieto all’esercizio della professione a un’ostetrica, libera professionista, madre di tre bambini, colpevole di fare formazione, privandola del suo reddito di sostegno alla sua famiglia e, ultimo, l’avvertimento al pubblico di non fidarsi delle “ostetriche indipendenti” intendendo le Doule, ma sbagliando il termine (http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=24469). Con questi provvedimenti la FNCO ha toccato un nervo scoperto, quello delle libertà essenziali non solo delle ostetriche, ma anche delle donne che dalle ostetriche dipendono nella loro esperienza di una maternità women friendly.

Tutti questi argomenti hanno iniziato un movimento di donne e ostetriche, unite nella difesa dei loro reciproci diritti che confluiscono nella libertà di scelta e nella libertà professionale delle ostetriche. Questi diritti sono sanciti da leggi, profili professionali, disposizioni e sentenze europee di cui vogliamo dare conto in questo numero di D&D.

Il movimento autunnale è coinciso con una serie di passi importanti: la dichiarazione OMS sulla violenza ostetrica, l’esposizione dell’argomento alla conferenza del semestre italiano  al Ministero della Salute di fronte ai delegati europei, dei rappresentanti dell’ OMS e dell’ISS da parte del human rights in childbirth, riscuotendo l’apprezzamento dei dirigenti del Ministero, la proiezione mondiale del film Microbirth, il primo incontro del movimento human rights in childbirth e del comitato per una Buona Nascita.
(vedi http://freedomforbirthromeactiongroup.blogspot.it/ e http://humanrightsinchildbirth.com/).

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Su argomenti di questa portata non ci si può fermare su pregiudizi (pseudo)scientifici e culturali, assumendo o difendendo posizioni istituzionali appartenenti a un pradigma medico/patriarcale o medico/rituale. Proprio perché i ragionamenti adottati sono irrazionali e impregnati fortemente di aspetti politico/sociali richiedono molta informazione e molta discussione. Oserei dire che non si tratta affatto di un problema medico. Le ricerche per sostenere la sicurezza (sempre relativa in ostetricia) del VBAC e HBAC, per comprendere l’importanza delle cellule staminali per il bambino, per dimostrare l’efficacia dell’assistenza ostetrica continuativa e altre ancora esistono da tempo in numero abbondante. Tuttavia, dal momento che non vengono pubblicizzate e che c’è un uso di comodo di alcune singole ricerche tolte dal contesto, occorre conoscerle meglio e allargare l’orizzonte delle proprie conoscenze per poter argomentare meglio sul piano politico/culturale, dando alla discussione un taglio più razionale/scientifico.

In questo numero forniamo molto materiale scientifico sul VBAC, sulle cellule staminali del bambino, sul taglio del cordone, per offrire alle ostetriche strumenti teorici e clinici per sostenere il proprio diritto di stare accanto alle donne nelle loro scelte informate. Tale diritto è sostenuto anche da una recente sentenza della corte europea dei diritti.

Raccontiamo questo grande movimento autunnale che ha visto fianco a fianco donne, ostetriche, qualche medico e altri professionisti.

http://www.marsupioscuola.it/rivista_n_87_diritti_donne_ostetriche.html